Carburante a rischio per i voli, l’allarme Ryanair fa tremare l’Italia: “Senza fine della guerra sarà caos nei cieli”

Fiumicino, Roma, gli aerei in aeroporto

La guerra in Iran non resta confinata al Medio Oriente. Sta già entrando negli aeroporti italiani, nei serbatoi degli aerei e, presto, potrebbe arrivare dritta nelle tasche dei passeggeri. L’allarme è di quelli che non si possono ignorare: il carburante per i voli rischia di diventare un problema concreto già nelle prossime settimane.

A lanciare il segnale più netto è stato l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, che in un’intervista a Sky News ha parlato senza giri di parole. Se la guerra non si fermerà e le interruzioni delle forniture continueranno, una quota significativa del carburante potrebbe andare a rischio tra maggio e giugno. Non una previsione catastrofista, ma una stima precisa: fino al 25% delle forniture potrebbe diventare incerto.

Restrizioni già attive negli aeroporti italiani

Non è solo teoria. In Italia i primi effetti si stanno già vedendo. Da oggi, 4 aprile, e fino al 9 aprile, quattro scali importanti come Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia sono soggetti a restrizioni nel rifornimento di carburante. Una misura comunicata ufficialmente attraverso un bollettino aeronautico rivolto alle compagnie.

Le limitazioni non riguardano tutti i voli, ma segnano comunque un passaggio delicato. Sono esclusi i voli di Stato e quelli sanitari, mentre alcune tratte, soprattutto quelle più lunghe, restano garantite. Ma il segnale è chiaro: la filiera del carburante comincia a mostrare crepe anche in Europa.

Il gruppo Save, che gestisce Venezia, Treviso e Verona, ha provato a rassicurare, spiegando che il problema riguarda un solo fornitore e che negli scali operano altre compagnie in grado di coprire la maggior parte della domanda. Inoltre, viene sottolineato che non ci sono limitazioni per i voli intercontinentali e per l’area Schengen. Ma dietro le parole resta una cautela evidente.

Hormuz è la chiave di tutto

Il vero nodo resta lo Stretto di Hormuz. È da lì che passa una parte fondamentale del traffico mondiale di petrolio e gas, ed è lì che la guerra sta creando le maggiori tensioni. Se quella rotta non torna pienamente operativa, il sistema rischia di incepparsi.

O’Leary è stato molto chiaro: se il conflitto dovesse chiudersi entro fine aprile e lo Stretto venisse riaperto, non ci sarebbero problemi. Ma se la situazione dovesse trascinarsi, allora il rischio diventerebbe concreto. E non si tratterebbe solo di qualche ritardo o di piccoli disagi: potrebbero esserci tagli alle rotte, riduzioni dei voli e inevitabili aumenti dei prezzi.

Il rischio reale: meno voli e biglietti più cari

Quando il carburante diventa scarso o più costoso, il primo effetto è sempre lo stesso: volare costa di più. Le compagnie devono fare i conti con margini ridotti e iniziano a selezionare le rotte, tagliando quelle meno redditizie.

Per i passeggeri significa meno scelta, prezzi più alti e una maggiore incertezza. E se il costo della benzina dovesse davvero avvicinarsi ai tre euro al litro, come temono alcuni osservatori, il contraccolpo sull’intero sistema dei trasporti sarebbe inevitabile.

La crisi energetica, insomma, non è più uno scenario lontano o teorico. Sta già producendo effetti concreti, visibili, misurabili. E il settore aereo è solo uno dei primi a risentirne.

Un’estate a rischio senza soluzione rapida

Il vero punto interrogativo riguarda i tempi. Se la situazione nel Golfo non si stabilizza rapidamente, il rischio è quello di arrivare all’estate con un sistema sotto pressione. E l’estate, per il traffico aereo, è il momento più delicato e strategico dell’anno.

Per ora si parla di restrizioni limitate e di percentuali di rischio. Ma il quadro potrebbe cambiare in fretta. E quando a muoversi non sono solo i mercati, ma anche le rotte degli aerei, significa che la crisi ha già superato il livello di guardia.