La guerra corre in Medio Oriente e il conto, come spesso accade, arriva dritto al distributore. Stavolta con cifre che fanno impressione anche a chi è abituato ai rincari. In appena dieci giorni, secondo l’elaborazione del Codacons sui dati del ministero delle Imprese, un pieno di diesel è arrivato a costare 12,3 euro in più rispetto a fine febbraio. Non è un ritocco, non è una limatura da pochi centesimi. È una stangata secca, visibile, immediata. Una di quelle che gli automobilisti sentono prima ancora di leggere le analisi dei mercati.
La miccia è nota. Gli attacchi israeliani sui depositi di carburanti in Iran hanno riacceso la paura sui mercati petroliferi internazionali, con il timore che la crisi possa allargarsi e soprattutto che venga messo a rischio lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più delicati del pianeta. All’apertura dei mercati asiatici di lunedì 9 marzo 2026 il Brent è balzato sopra i 100 dollari al barile, ha sfiorato i 119 e poi si è assestato poco sopra quota 108. Non superava i 100 dollari dal luglio 2022. È un segnale che basta da solo a spiegare perché nelle stazioni di servizio italiane i prezzi abbiano preso a correre senza più freni.
A salire non è soltanto il greggio. Le quotazioni dei prodotti raffinati hanno continuato a spingere, con il gasolio arrivato ai massimi dal 16 novembre 2022 e la benzina ai livelli più alti dal 12 luglio 2024. A peggiorare il quadro si è aggiunto anche l’indebolimento dell’euro sul dollaro, che rende ancora più pesante per l’Europa il costo dell’energia acquistata sui mercati internazionali. Quando il petrolio sale e l’euro si indebolisce, il risultato è quasi sempre lo stesso: il pieno diventa più caro e la sensazione è quella di essere intrappolati in un meccanismo automatico da cui è difficilissimo uscire.
I numeri fotografati da Staffetta Quotidiana e dai dati del Mimit raccontano bene quanto il rincaro sia già entrato nella vita quotidiana. La benzina self service è arrivata in media a 1,782 euro al litro, mentre il diesel self ha toccato 1,965 euro al litro. Al servito si sale ancora: 1,917 euro per la benzina e 2,091 euro per il diesel. E come spesso accade, la batosta vera si consuma in autostrada, dove i prezzi volano ancora più in alto: benzina self a 1,867 euro al litro e gasolio self a 2,017, con il servito che supera abbondantemente quota 2,20.
Il dato più impressionante resta però quello sul diesel, perché è lì che si misura il salto più brusco. Secondo il Codacons, il prezzo medio nazionale del gasolio self è passato da 1,723 euro al litro del 27 febbraio a 1,970 euro al litro di oggi. Un balzo del 14,3% in appena dieci giorni. Tradotto in termini concreti, significa che ogni automobilista spende 12,3 euro in più per un pieno. Se si considera una media di due pieni al mese, la maggiore spesa annua arriva a 296 euro. Una cifra che pesa eccome, soprattutto su famiglie, pendolari, lavoratori autonomi e trasportatori, cioè su tutti quelli per cui l’auto non è un optional ma una necessità.
Anche la benzina corre, sia pure con un’intensità leggermente inferiore. Nello stesso arco di tempo l’aumento è stato di circa il 7%, con una spesa aggiuntiva di 5,8 euro a pieno e un aggravio annuo che si avvicina ai 140 euro. Non siamo dunque davanti a un rincaro selettivo che colpisce solo una categoria di automobilisti. Il problema è generale, anche se il diesel sta pagando il prezzo più alto di questa nuova ondata di tensione energetica.
Le differenze territoriali cominciano già a farsi notare. Sul fronte dei prezzi medi regionali, il gasolio self ha raggiunto quota 2,008 euro al litro a Bolzano, 1,993 in Calabria, 1,990 in Sicilia e 1,985 in Valle d’Aosta. Sono cifre che fino a poco tempo fa avrebbero fatto scattare allarmi politici immediati. Oggi invece vengono quasi assorbite dentro il clima di emergenza internazionale, come se il consumatore dovesse rassegnarsi in automatico all’idea che una crisi geopolitica lontana si trasformi inevitabilmente in una tassa aggiuntiva sulla sua vita quotidiana.
In questo scenario il governo ha cominciato a muoversi almeno sul piano delle intenzioni. Sia Giorgia Meloni sia Elly Schlein, nel fine settimana, si sono dette favorevoli al ricorso al meccanismo delle accise mobili. È uno di quei casi rari in cui maggioranza e opposizione finiscono per indicare la stessa leva, pur partendo da posizioni politiche diversissime. La premier ha spiegato che il ministero dell’Economia sta già studiando la misura da qualche giorno. Il punto è capire se si passerà davvero dalle parole ai fatti e soprattutto con quale velocità.
Il meccanismo delle accise mobili non è una novità assoluta. È stato applicato dal governo Draghi nel 2022, quando di fronte all’impennata dei carburanti si arrivò a un taglio delle accise di 25 centesimi al litro, che diventavano circa 30 considerando anche l’Iva. Prima ancora era stato utilizzato per un periodo brevissimo, tra aprile e maggio 2008, dal governo Prodi II, con uno sconto molto più limitato, appena due centesimi al litro. La norma, modificata nel 2023 proprio dal governo Meloni per renderla più rapida e immediata, consente al ministero dell’Economia di intervenire con decreto per ridurre le accise e compensare in parte l’aumento dei prezzi attraverso il maggior gettito Iva generato dal petrolio più caro.
Le condizioni, almeno sulla carta, ci sarebbero tutte. Il Documento programmatico di finanza pubblica dell’ottobre 2025 indicava per il 2026 un prezzo di riferimento del Brent pari a 66,1 dollari al barile, con un cambio euro-dollaro a 1,2. Tradotto, circa 55,1 euro al barile. A gennaio il Brent si era attestato in media proprio su quel valore. A febbraio era già salito a 58,7 euro. Nei primi giorni di marzo è balzato a 72 euro. Siamo dunque ben oltre la soglia che può legittimare l’intervento.
La domanda, a questo punto, non è più se il governo abbia uno strumento tecnico per intervenire. La domanda è se intenda usarlo davvero e con quale coraggio. Perché ogni giorno perso rischia di trasformarsi in un altro colpo ai consumi, ai trasporti, alla logistica e infine ai prezzi al dettaglio. Quando aumentano diesel e benzina, infatti, non si impoverisce soltanto il singolo automobilista. Si alza anche il costo di tutto quello che si muove su gomma, cioè quasi tutto. Merci, alimentari, distribuzione, forniture. È il classico effetto domino che parte dal distributore e finisce sullo scontrino.
Non a caso il Codacons chiede un intervento immediato sulle accise per almeno 15 centesimi al litro, in modo da riportare i listini ai livelli pre-crisi. L’associazione sostiene che non servano nuovi decreti o misure straordinarie, ma basti applicare la legge del 2023 che già consente a Mef e Mase di ridurre la tassazione con effetti immediati sia sui costi di rifornimento sia, indirettamente, sui prezzi dei prodotti trasportati. È una pressione politica chiara, che mette il governo davanti a una scelta: agire subito oppure assumersi il rischio di lasciare che il caro carburanti venga percepito come l’ennesimo scaricabarile scaricato sui cittadini.
Intanto i listini continuano a salire. Q8 ha aumentato di due centesimi al litro la benzina e di dieci centesimi il gasolio. Tamoil è andata ancora oltre, con sei centesimi in più sulla benzina e quattordici sul diesel. Crescono anche i prezzi del Gpl, con aumenti tra uno e due centesimi al litro. Questo significa che il rialzo non è confinato a un singolo segmento del mercato, ma si sta diffondendo in maniera piuttosto ampia. E quando la fiammata iniziale si allarga a più prodotti, il segnale non è mai rassicurante.
Il vero problema, però, è la percezione di impotenza. Gli italiani hanno già vissuto questa scena. Il petrolio sale, i mercati si agitano, il pieno diventa un salasso, poi si discute per giorni sulle accise, mentre i prezzi alla pompa restano alti e la sensazione diffusa è che i rincari scattino subito ma gli eventuali sconti arrivino sempre tardi, e spesso in misura troppo modesta. Per questo stavolta il governo non può permettersi di inseguire soltanto la polemica politica o la prudenza contabile. Il pieno da 12 euro in più è una cifra semplice, chiara, memorabile. Ed è proprio per questo pericolosissima sul piano del consenso.
In fondo è tutta qui la questione. Finché il petrolio a 108 o 119 dollari resta una notizia da agenzie finanziarie, il tema può sembrare tecnico. Quando però si traduce in quasi 300 euro l’anno in più per chi fa due pieni al mese, smette di essere un dossier economico e diventa un problema politico vero. Un problema che entra nelle famiglie, nelle aziende, nei viaggi, nella spesa, nel lavoro quotidiano. E che rischia di essere solo all’inizio se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi ancora o se davvero lo Stretto di Hormuz diventasse il prossimo grande imbuto energetico del pianeta.
Per ora gli automobilisti italiani si ritrovano davanti alla stessa scena di sempre: numeri che corrono sui tabelloni dei distributori e una domanda sempre più arrabbiata. Quanto dobbiamo ancora aspettare prima che qualcuno intervenga davvero?







