Per decenni il Made in Italy è stato raccontato con poche immagini ricorrenti: moda, cibo, design, meccanica di qualità. Un racconto vero, ma ormai incompleto. Il Libro Bianco “Made in Italy 2030” propone una mappa molto più ampia e aggiornata dell’industria italiana, distinguendo tra le filiere storiche e quelle emergenti che stanno ridisegnando il perimetro della nostra specializzazione produttiva. Il messaggio è chiaro: il Made in Italy non è un museo, è un sistema industriale in trasformazione.
Le basi restano solide. Le cinque “A” – Agroalimentare, Abbigliamento, Arredo, Automazione, Automotive – continuano a rappresentare l’ossatura storica dell’eccellenza italiana. Sono settori che hanno costruito la reputazione internazionale del Paese grazie a qualità, design, personalizzazione e forte radicamento territoriale. Non si tratta di comparti statici: anche qui l’innovazione di processo, la sostenibilità e la digitalizzazione stanno cambiando modelli produttivi e catene del valore. Ma la novità politica e strategica del documento è un’altra: accanto a queste filiere tradizionali cresce un “nuovo Made in Italy”.
Il Libro Bianco individua cinque nuovi grandi ambiti: Economia della Salute, Spazio e Difesa, Economia Blu e Cantieristica, Turismo e Tempo Libero, Industrie Culturali e Creative. Non si tratta di settori marginali o “di contorno”, ma di comparti in cui le imprese italiane stanno già mostrando capacità competitive, spesso con tassi di crescita dell’export e livelli tecnologici elevati. È qui che si gioca una parte importante della scommessa sulla modernizzazione del sistema produttivo.
La filiera della Salute, che comprende farmaceutica e dispositivi medici, viene descritta come una delle più avanzate a livello mondiale. È un esempio di come il Made in Italy possa coniugare manifattura, ricerca scientifica e regolazione pubblica in un settore ad alta intensità tecnologica e strategica. Non è solo un tema industriale, ma anche di sicurezza e autonomia sanitaria, come gli anni della pandemia hanno reso evidente.
Ancora più evidente è il salto di scala con Spazio e Difesa. Qui il Made in Italy entra nei domini della geopolitica e delle tecnologie duali, dove ricerca, industria e politica industriale si intrecciano. Il documento colloca questo comparto tra le priorità strategiche, anche in chiave europea, perché riguarda capacità produttive che nessun Paese può permettersi di perdere o di dipendere interamente dall’estero.
Poi c’è l’Economia Blu e la Cantieristica, un ambito in cui l’Italia è già una potenza riconosciuta, dalla costruzione di grandi navi al segmento dei superyacht. Qui il Made in Italy incrocia non solo la manifattura, ma anche le nuove attività legate alla protezione del mare e alle energie rinnovabili, dimostrando come un settore tradizionale possa diventare piattaforma per nuove specializzazioni industriali.
Diverso, ma non meno strategico, il peso di Turismo e Industrie Culturali e Creative. Sono filiere a forte componente di servizi, che il Libro Bianco definisce parte del “soft power” nazionale. Non richiedono sempre grandi investimenti produttivi iniziali, ma generano un effetto volano sull’economia, valorizzano territorio e patrimonio e rafforzano l’immagine internazionale del Paese. Anche questo è Made in Italy, anche se non passa sempre per una fabbrica in senso classico.
La scelta di parlare di filiere e non solo di settori non è casuale. Il documento insiste su un approccio integrato: produzione, ricerca, logistica, servizi, formazione e mercato finale fanno parte dello stesso ecosistema. È un cambio di prospettiva che sposta il focus dalla singola impresa alla catena del valore, e che giustifica un intervento pubblico più mirato nella costruzione di infrastrutture, competenze e condizioni di contesto.
In questa cornice, il Made in Italy smette di essere solo un marchio identitario e diventa una strategia industriale. Tradizione e innovazione non sono in contraddizione, ma convivono: le cinque “A” continuano a pesare, mentre le nuove filiere spingono il sistema verso settori ad alta tecnologia, servizi avanzati e nuovi domini produttivi. È qui che si gioca la possibilità di restare una potenza manifatturiera in un mondo che cambia rapidamente.
La sfida, come sempre, non è nella diagnosi ma nell’esecuzione. Mettere insieme vecchio e nuovo Made in Italy richiede politiche coerenti, investimenti stabili e una visione che tenga insieme competitività, sicurezza economica e crescita di qualità. Il Libro Bianco traccia la rotta. Ora tocca alla politica industriale trasformare questa mappa in un percorso reale di sviluppo.







