C’è un accordo economico internazionale, quello tra UE ed India, di cui si sta parlando poco e di cui si conosce ancora meno, che potrebbe però essere un uragano positivo anche per il nostro sistema economico e produttivo, nuova linfa per lo sviluppo delle filiere chiave del nostro territorio, magari anche una nuova spinta per il porto di Gioia Tauro, se per una volta ci faremo trovare preparati (soprattutto a livello di classe politica e imprenditoriale) e sul pezzo, pronti a prenderci quello che ci spetta per geografia e vocazione.
I contenuti dell’accordo
L’accordo UE–India, i cui negoziati si sono conclusi il 27 gennaio 2026 e che probabilmente diverrà effettivo a partire dal 2027, crea di fatto la più grande area di libero scambio mai negoziata dall’Unione con un singolo partner, con l’obiettivo dichiarato di ridurre in modo strutturale i dazi e rendere più prevedibili le regole di accesso ai mercati, per chi voglia investire da una parte o dall’altra. L’India si impegna a eliminare o ridurre le tariffe su oltre il 90% dell’export europeo, mentre l’UE azzera da subito gran parte dei dazi sui beni indiani e si impegna a completare l’apertura in pochi anni; per tutti i Paesi europei significa miliardi di euro di dazi risparmiati ogni anno e una scommessa politica sulla diversificazione delle catene del valore. Restano però al momento alcune “zone rosse”: settori agricoli sensibili e il dairy, oltre a capitoli come appalti ed energia che non vengono completamente liberalizzati, mentre sul fronte climatico l’India non ottiene alcuna esenzione dal CBAM e la partita si sposta su gruppi tecnici, supporto alla decarbonizzazione e regole di trasparenza, che qui possono sembrare scontate, ma che nel contesto indiano potrebbero davvero avere il potere disruptive di avviare una fase di trasformazione sociale del Paese. Il cuore dell’intesa, infatti, non è solo tariffario: include servizi, digitale, procedure doganali e tutela della proprietà intellettuale, e prova a rendere “esigibili” anche gli impegni su lavoro e sostenibilità. Insomma, si punta tramite l’economia e il soft power ad avvicinare in modo strutturale l’India ai valori e agli standard europei, consolidando il legame tra le due più grandi democrazie del mondo.
Oltre l’economia…
Nelle parole dei due leader, l’accordo viene raccontato come qualcosa di più di un trattato commerciale. Ursula von der Leyen lo presenta come “la madre di tutti gli accordi”, un’architettura che unisce in un’unica cornice economica quasi due miliardi di persone, mentre Narendra Modi lo definisce “non solo un accordo di commercio, ma un nuovo blueprint di prosperità condivisa”, cioè un progetto politico per spingere manifattura, servizi e integrazione industriale dell’India con l’Europa. Per gli osservatori più attenti alla geopolitica che all’economia, appare come un primo tentativo europeo di trovare nuovi partner e sviluppare aree di influenza, in un momento in cui l’alleato americano appare poco affidabile ed incline a far prosperare la storica intesa tra le due sponde dell’Atlantico.
Cosa può cambiare concretamente per la Calabria?
E fin qui abbiamo parlato dei massimi sistemi, che però per una volta potrebbero far atterrare in Calabria opportunità reali. Prima fra tutte nuove navi da far arrivare a Gioia Tauro. Perché l’import indiano libero dai dazi aumenterà sensibilmente e passando da Suez, il primo porto europeo è Gioia Tauro, tra i principali hub di transhipment del Mediterraneo, posizionato perfettamente sulla direttrice Suez-Gibilterra per intercettare questi flussi. Saremo in grado di renderlo chiaro a Bruxelles tramite Regione e Governo nazionale? Oppure, ancora una volta ci vedremo transitare sotto il naso le opportunità dirottate verso Genova, Trieste o peggio i porti del Nord Europa? Per non parlare della rotta inversa, cioè delle merci europee che potranno andare verso i porti indiani e da lì magari verso gli altri Paesi dell’area di influenza di Modi. Potremmo vendere la nostra logistica a New Delhi, magari con un ufficio di rappresentanza che faciliti i rapporti come avviene già negli Emirati o in Cina.
E su quest’ultimo punto dell’export, la Calabria con le sue piccole nicchie di mercato, potrebbe trovare nuova linfa nella classe media che si sta sviluppando in India. I nostri numeri “piccoli” per olio e vino (Olio d’oliva: dazi dal 40-45% a ZERO. Vino: dal 150% al 20-30%.), se paragonati ai bisogni del Paese più popoloso del mondo con oltre 1 miliardo di cittadini, potrebbero facilmente trovare sbocchi in una megalopoli o in una regione indiana, bisogna fare scouting, verificare le norme di ciascuna regione e trovare i giusti intermediari, ma stiamo parlando di un mercato emergente che promette di diventare più europeo di quello cinese nei gusti e nei consumi.
Poi ci sono i nostri prodotti identitari, primo fra tutti il bergamotto, che in un Paese dove profumi e spezie sono al centro della cultura, potrebbe trovare un nuovo vastissimo mercato per lo sviluppo di essenze a base degli oli prodotti in Calabria e magari lungo la via per l’India trovare nuovi approdi in Medio Oriente o in Indonesia. Per avere un’idea concreta del mercato dei profumi in India, oggi vale 2,3 miliardi di dollari e cresce del 10-15% all’anno. Il segmento premium, quello dove finisce l’essenza di bergamotto, è il più dinamico. Con la riduzione dei dazi sui cosmetici europei, le maison francesi e italiane che usano bergamotto calabrese potranno penetrare più aggressivamente il mercato indiano. Ci può essere spazio per la liquirizia e la cipolla rossa di Tropea, prodotti tipici che racchiudono il fascino italiano cui gli indiani (ovviamente le classi della nuova borghesia) sono sensibili. C’è un soft power dei sapori e dei profumi calabresi da sviluppare, che potrebbe portare a far volare il nostro export generando valore aggiunto reale e tangibile, capace di rianimare i nostri territori.
Fin qui abbiamo parlato di merci, ma questo accordo può portare allo sviluppo di intelligenze, intelligence e tecnologie smart. Può portare giovani indiani nelle nostre università, know italiano da sviluppare con startup indiane attivissime e fortissime sui settori innovativi; lavorare congiuntamente a tutto quel mondo di data center e cavi sottomarini che possano collegare le infrastrutture indiane ed europee, diventando chiavi di volta strategiche di una nuova geopolitica che guarda ad Est e non più ad Ovest, ed anche su questo la Calabria (se Dio vorrà… o meglio se vorrà il Presidente) potrà giocare le sue carte per caratteristiche territoriali e fortunata posizione geografica.
L’India, quella vera, potrebbe essere per noi la nuova America. Così, mentre le Indie sbagliate di Cristoforo Colombo ci abbandonano lentamente e senza guanti bianchi, l’Europa, e noi con essa, sta imparando a girare il collo verso Est, verso quella parte di mondo fino a ieri ritenuta sbagliata.
E magari, nel movimento dello sguardo da Ovest a Est, potremmo accorgerci anche che a Sud c’è un continente pronto a diventare qualcosa di importante. Un continente giovane e ricco, che stiamo regalando a Cina, Russia, Emirati e Turchia, che lo plasmano da neo-colonizzatori per i propri interessi, non certo pensando a quelli dell’Europa, e men che meno a quelli dei Paesi che sul Mediterraneo vivono e sull’Africa si affacciano.
di Rocco Sicoli – Esperto di comunicazione politica







