La parola d’ordine del governo è “riduzione dei costi”, ma la bozza del decreto Bollette – atteso domani in Consiglio dei ministri – sta producendo l’effetto opposto nei corridoi dell’energia e tra le piccole e medie imprese: nervi tesi, critiche incrociate e un clima da vigilia di scontro. Il provvedimento nasce con un obiettivo dichiarato, alleggerire le bollette delle famiglie a basso reddito e sostenere la competitività del tessuto produttivo, ma l’ultima versione trapelata ha acceso più preoccupazioni che sollievo. Per ciò che c’è, e soprattutto per ciò che non c’è.
L’unica misura che, al momento, sembra mettere tutti d’accordo sul piano dell’intenzione è il bonus da 90 euro previsto per quest’anno a favore delle famiglie che già ricevono il bonus sociale. È una risposta mirata, con un perimetro chiaro, e proprio per questo finisce per far risaltare il resto: un impianto che, nella lettura di molti operatori e associazioni, interviene sui meccanismi “alti” del sistema elettrico senza sciogliere davvero il nodo che pesa sul quotidiano di imprese e consumatori.
L’allarme più forte arriva dai produttori energetici e riguarda gli articoli che, secondo quanto emerge dalla bozza, cambierebbero il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia sul mercato italiano all’ingrosso, il cosiddetto Mgp, e modificherebbero il sistema degli incentivi esistenti alle energie rinnovabili. È il punto più sensibile: toccare la formazione del prezzo significa mettere mano alla spina dorsale del mercato, con ricadute che vanno ben oltre la singola bolletta. E infatti, attorno a questa parte del decreto, la tensione è salita rapidamente, perché nel settore si teme un intervento che alteri equilibri e aspettative, con il rischio di creare incertezza proprio nel momento in cui il sistema chiede stabilità regolatoria.
I mercati, intanto, sembrano aver già dato un primo segnale di diffidenza. Dopo i cali di giovedì e venerdì, la flessione dei titoli in Borsa è proseguita anche ieri: Enel ha chiuso a -1,35%, A2a a -1,62%, Erg a -0,46%. Numeri che da soli non bastano per una diagnosi definitiva, ma che, letti in sequenza, restituiscono la fotografia di un settore che teme un cambio di regole. Non è solo un tema di utili o di dividendi: quando un decreto interviene su prezzo all’ingrosso e incentivi, il mercato inizia a prezzare l’incognita.
Ma se i produttori alzano la voce per ciò che cambia, le microimprese e le Pmi lo fanno per ciò che non cambia. Anzi, per ciò che manca. Confcommercio e Confartigianato puntano il dito soprattutto sull’assenza, nella bozza, di una misura strutturale e generalizzata di riduzione degli oneri di sistema, che vengono indicati come una zavorra persistente: pesano per oltre il 20% sul totale della bolletta elettrica. Il messaggio è semplice: si può anche intervenire sul mercato all’ingrosso, si possono ricalibrare incentivi e strumenti, ma se non si alleggerisce la quota “fissa” e parafiscale che grava sulle bollette, per molte attività l’effetto finale rischia di essere limitato, se non deludente.
Confcommercio, in una nota, apprezza l’impostazione complessiva, ma mette subito il carico: se la bozza venisse confermata, resterebbe fuori proprio l’intervento più atteso dalle micro, piccole e medie imprese. E suggerisce anche una copertura: l’uso di una quota dei proventi derivanti dalle aste delle quote di emissione di CO2. È una proposta che mira a rendere l’intervento “finanziabile” senza trasformarlo in un annuncio. Perché qui il tema non è solo quanto pesa l’energia oggi, ma quanto pesa la prevedibilità dei costi domani, quando un’impresa deve programmare, investire, scegliere se tenere aperto un laboratorio o rinviare una produzione.
Confartigianato, sulla stessa linea, usa un’espressione che suona come una bocciatura: “effetto ottico”. Il riferimento è al meccanismo che, secondo quanto si legge, consentirebbe l’allungamento dei tempi di pagamento degli oneri fino a dieci anni, con un tasso di interesse del 6%. Nell’analisi dell’associazione, la misura riduce il costo annuale nell’immediato, ma aumenta l’impatto reale complessivo sui consumatori. E qui entra la cifra che fa discutere: un aggravio che, “sembrerebbe”, potrebbe arrivare a 10 miliardi. È un punto politicamente esplosivo, perché trasforma un alleggerimento di cassa in un costo spalmato e più caro. Non un taglio, ma un rinvio. Non un risparmio, ma un differimento.
Gli oneri di sistema, del resto, sono il terreno più scivoloso di tutta la partita: dentro ci finiscono voci legate al sostegno alle rinnovabili e alla cogenerazione, e valgono una quota rilevante delle bollette della luce. Intervenirci significa decidere chi paga, come paga e per cosa paga. Per le imprese, però, il ragionamento è meno filosofico e molto più pratico: se la componente continua a pesare così tanto, il “decreto bollette” rischia di restare un decreto che si sente poco in bolletta.
E non finisce qui, perché il malcontento non è confinato a industria e commercio. Dopo Coldiretti, sulle misure che impattano sui prezzi minimi garantiti alle bioenergie agricole, sono arrivati anche i timori di Confagricoltura ed Ebs, Energia da Biomasse Solide. Il punto contestato è il plafond previsto per i prossimi anni per i Prezzi minimi garantiti. Alessandro Bettoni, presidente della Federazione Nazionale Bioeconomia di Confagricoltura, chiede di rivederlo: per il biogas sarebbe “estremamente limitato” e non adeguato al numero di impianti in produzione. Tradotto: così com’è, la coperta non basta. E quando non basta, il rischio è che la filiera rallenti o che la sostenibilità economica degli impianti venga messa in discussione.
Il paradosso, in questa fase, è che il decreto nasce per raffreddare la tensione sociale ed economica legata ai costi dell’energia, ma nella bozza sta scaldando le categorie: produttori che temono un cambio di regole sul prezzo e sugli incentivi, imprese che denunciano l’assenza di un taglio strutturale degli oneri, agricoltura che vede plafonds troppo stretti per i prezzi minimi garantiti. E sullo sfondo, i mercati che registrano la turbolenza con vendite concentrate sui titoli energetici.
Domani il Consiglio dei ministri dirà quanto di questa bozza resterà in piedi e quanto verrà corretto. La sensazione, per ora, è che il decreto sia diventato un campo di prova: tra l’esigenza di dare un segnale rapido alle famiglie fragili e la necessità di non destabilizzare un settore che, per sua natura, vive di regole certe. In mezzo ci sono le microimprese e le Pmi, che non chiedono un effetto speciale, ma un numero: una riduzione reale e permanente di quella quota di bolletta che, da anni, pesa come un secondo contatore.







