Draghi avverte l’Europa: “Quadro economico deteriorato, servono investimenti ora”. E apre all’ipotesi di cooperazioni rafforzate

Mario Draghi

Non più solo un rapporto tecnico, ma una piattaforma politica. L’intervento di Mario Draghi davanti ai leader europei segna un passaggio di fase: dal documento alla discussione strategica. Secondo quanto riferito da un funzionario Ue, l’ex premier italiano “ha evidenziato il deterioramento del contesto economico da quando ha presentato il suo rapporto e l’urgenza di affrontare tutte le questioni che aveva sollevato in quella occasione”. Il messaggio è netto: il tempo non gioca a favore dell’Europa.

Draghi si è concentrato su una serie di nodi strutturali che toccano la competitività e la capacità di crescita del continente. In primo piano la necessità di ridurre le barriere nel mercato unico, ancora frammentato nonostante decenni di integrazione. Un mercato che, in teoria, dovrebbe essere la principale leva di forza dell’Unione, ma che nella pratica continua a soffrire divisioni normative e ostacoli che limitano scala e produttività.

Altro capitolo centrale è la frammentazione dei mercati azionari europei e la difficoltà di mobilitare il risparmio interno. L’Unione, ha insistito Draghi secondo le fonti, dispone di un enorme bacino di risorse private che però non viene canalizzato in modo efficace verso investimenti strategici. Il tema dell’“Unione dei risparmi e degli investimenti” è stato infatti oggetto di domande e confronto sostanziale tra i leader, insieme al funzionamento del settore energetico e alle linee guida sulle fusioni.

Il costo dell’energia resta una variabile critica. In un contesto di concorrenza globale sempre più serrata, le imprese europee pagano un differenziale che incide sulla competitività industriale. Per questo Draghi avrebbe richiamato la necessità di interventi strutturali e di una visione coordinata, capace di evitare soluzioni nazionali scoordinate che rischiano di ampliare le divergenze tra Stati membri.

Sul tavolo anche la possibilità di una “preferenza europea mirata” in alcuni settori strategici, una formula che richiama la necessità di proteggere e rafforzare filiere chiave senza scivolare in chiusure protezionistiche generalizzate. Un equilibrio delicato, che si intreccia con il ruolo internazionale dell’euro e con la capacità dell’Unione di parlare con una sola voce nelle grandi partite economiche globali.

Ma il punto forse più politico riguarda il processo decisionale. Draghi avrebbe evocato la possibilità di ricorrere, se necessario, alle cooperazioni rafforzate previste dai trattati. Uno strumento che consente a un gruppo ristretto di Stati membri di procedere più rapidamente su determinati dossier senza attendere l’unanimità. L’ipotesi di un’Europa a due velocità non è nuova, ma applicarla a competitività e investimenti segnerebbe un salto qualitativo. Un precedente recente è il prestito da 90 miliardi all’Ucraina, al quale non hanno partecipato Ungheria, Slovacchia e Cechia.

Le fonti diplomatiche parlano di un intervento “con forza” sui temi degli investimenti, durato almeno un quarto d’ora, in linea con quanto già sostenuto nel rapporto sulla competitività. In quel documento era chiaramente indicata la necessità di agire anche attraverso strumenti di debito comune per sostenere la trasformazione industriale e tecnologica europea. Un tema che resta divisivo tra i governi, ma che torna ciclicamente ogni volta che l’Europa si trova davanti a uno shock.

Il confronto con i leader viene descritto come “molto sostanziale”. Le domande hanno toccato le sfide agli investimenti, la mobilitazione del risparmio, l’energia, le regole sulle concentrazioni e il peso geopolitico dell’euro. Segno che il Piano Draghi non è rimasto sulla carta, ma è entrato nel perimetro delle scelte politiche.

L’alternativa, avrebbe avvertito l’ex presidente del Consiglio, è “una lenta agonia” del continente europeo. Una formula che riassume l’urgenza: senza investimenti, senza integrazione più profonda e senza decisioni rapide, l’Europa rischia di perdere terreno rispetto ai grandi competitor globali. Il vertice informale non produce ancora un progetto operativo, ma prepara il terreno. E sposta il baricentro della discussione: dalla diagnosi alla scelta.