Negli ultimi dieci anni la manifattura umbra ha perso imprese, ma non centralità. I numeri raccontano una trasformazione profonda, non una crisi strutturale. Tra il terzo trimestre 2015 e il terzo trimestre 2025 il numero di aziende manifatturiere è diminuito del 15%, ma il settore continua a generare il 44% della ricchezza regionale prodotta dalle società di capitale, pur rappresentando solo l’8,8% delle imprese umbre.
È il quadro che emerge dai report della Camera di Commercio dell’Umbria, basati sull’analisi continuativa dei bilanci aziendali, che consentono di leggere non solo l’andamento congiunturale, ma soprattutto le trasformazioni strutturali del sistema produttivo.
Il calo numerico è evidente: le imprese manifatturiere sono passate da 8.108 a 6.890 in dieci anni. Ma questo dato, da solo, non spiega cosa sta accadendo. L’industria non sta scomparendo: sta cambiando scala.
Una traiettoria coerente con il resto del Paese
La riduzione del peso industriale non è un’anomalia umbra. È l’effetto della terziarizzazione dell’economia italiana, che coinvolge tutte le regioni. In questo processo, l’Umbria segue una traiettoria intermedia: più terziarizzata delle Marche, meno della Toscana. Un adattamento graduale, non un declino.
Anche sul piano del valore aggiunto il confronto è istruttivo. Oggi la manifattura umbra genera il 44% del valore aggiunto regionale delle società di capitale, contro una media nazionale del 35,5%. È un livello in linea con Toscana (45,5%) e Marche (49,3%), e non lontano dai valori pre-Covid, quando l’Umbria era al 45,8%.
Negli ultimi anni la flessione del valore aggiunto manifatturiero è stata più marcata rispetto alla media italiana (–3,9% contro –1,3%), ma analoga a quella del resto del Centro Italia: –8% in Toscana, –3,8% nelle Marche. Il dato territoriale è chiaro: è il Centro a perdere industria più del resto del Paese, e l’Umbria si muove dentro questa tendenza.
Meno imprese, ma più grandi
Il dato che cambia la prospettiva riguarda l’occupazione. A fronte di un calo del 15% delle imprese, gli addetti manifatturieri diminuiscono solo del 3,8%, meno della media nazionale (–5,8%). Questo significa che la dimensione media delle aziende cresce.
In dieci anni si passa da 8,6 a 9,8 addetti per impresa, con un incremento del 12,2%, il doppio della crescita media italiana. La manifattura umbra resta leggermente sotto la media nazionale in termini dimensionali, ma il segnale è netto: il settore si concentra, riducendo la frammentazione.
Ancora più significativo è il dato sui dipendenti non familiari, indicatore chiave di strutturazione aziendale. Nel decennio, mentre le imprese diminuiscono, i dipendenti non familiari crescono del 30,5%, superando la già elevata crescita nazionale (+26,3%). È la fotografia di un’industria che esce progressivamente dalla micro-dimensione e si consolida su basi più organizzate.
Qualità del lavoro e salari più alti
La trasformazione non riguarda solo la struttura, ma anche la qualità dell’occupazione. Nelle società di capitale manifatturiere umbre il costo medio annuo per addetto è di 30.440 euro, contro i 23.396 euro degli altri settori regionali.
Il differenziale è netto:
- +7.044 euro annui
- +30,1% a favore della manifattura
Un divario che riflette maggiore produttività, più valore aggiunto e una qualità del lavoro più elevata. Anche sotto questo profilo, l’industria resta il segmento più solido del sistema economico regionale.
Arretra nei numeri, non nella funzione
La manifattura umbra perde peso quantitativo, ma non perde funzione. Con meno di un decimo delle imprese continua a produrre quasi metà della ricchezza regionale delle società di capitale. Non è un settore in rotta, ma in trasformazione: meno frammentato, più strutturato, più orientato alla stabilità occupazionale e alla produttività.
Come sintetizza la lettura che accompagna i dati camerali, l’economia umbra sta cambiando assetto. Industria, servizi, turismo e commercio non sono compartimenti stagni, ma parti di uno stesso ecosistema che evolve. In questo sistema, la manifattura resta uno dei pilastri, a condizione di continuare a puntare su dimensione d’impresa, competenze, capacità di fare rete e piena partecipazione alle transizioni digitale ed ecologica.







