C’è un punto che il Libro Bianco “Made in Italy 2030”, appena pubblicato dal governo, mette in chiaro senza troppi giri di parole: la vera debolezza strutturale dell’Italia non è solo nei costi dell’energia, nella burocrazia o nella dimensione delle imprese. È nelle persone. O meglio, nel capitale umano. Senza un salto di qualità su competenze, formazione e attrattività dei talenti, nessuna strategia industriale può reggere nel medio periodo.
Il problema non è nuovo, ma oggi è diventato più visibile. L’Italia resta una grande potenza manifatturiera, con un peso dell’export industriale superiore alla media europea, ma questa forza convive con una produttività che cresce poco e con salari reali che faticano a recuperare terreno. È un paradosso: si esporta, ma si crea poco valore aggiunto; si lavora, ma la ricchezza prodotta non basta a sostenere redditi e consumi interni. Il Libro Bianco lega esplicitamente questi nodi alla qualità del capitale umano e alla capacità di innovare i processi produttivi.
Il mercato del lavoro è il primo indicatore della fragilità. I tassi di occupazione restano sotto la media europea, la disoccupazione giovanile è strutturalmente elevata e il mismatch tra domanda e offerta di lavoro qualificato cresce. Le imprese cercano tecnici, profili digitali, competenze ingegneristiche e gestionali, ma spesso non li trovano. Allo stesso tempo, una parte consistente della forza lavoro resta intrappolata in mansioni a basso valore aggiunto, con scarse prospettive di crescita professionale e salariale.
Qui entra in gioco la questione delle competenze. Il documento insiste su un punto: le transizioni in corso – digitale, green, tecnologica – non sono solo un problema di investimenti in macchinari o infrastrutture. Sono soprattutto una sfida formativa. Senza persone in grado di progettare, gestire e far evolvere questi processi, l’innovazione resta sulla carta. Per questo il Libro Bianco punta su strumenti come il rafforzamento dei percorsi STEM, i dottorati industriali, le esperienze formative in azienda e il nuovo Liceo del Made in Italy, pensato per avvicinare scuola, cultura d’impresa e filiere produttive.
Ma il nodo non è solo formare. È anche trattenere e attrarre. L’Italia soffre da anni una perdita di capitale umano qualificato verso l’estero, mentre fatica ad attirare talenti dall’estero in modo strutturale. Il risultato è un doppio svantaggio: meno competenze disponibili per le imprese e minore capacità di posizionarsi nei segmenti ad alto valore aggiunto delle catene globali. In un’economia che corre sulla tecnologia e sulla conoscenza, questo è un limite pesante.
Il tema si riflette direttamente sulla produttività. Senza innovazione organizzativa e tecnologica, guidata da competenze adeguate, la produttività resta ferma. E quando la produttività non cresce, i salari non possono crescere in modo sostenibile. Il Libro Bianco lega esplicitamente questi tre elementi: innovazione, produttività e retribuzioni. È un passaggio politico rilevante, perché sposta il discorso dal semplice contenimento dei costi a una strategia di crescita qualitativa dell’economia.
C’è poi una dimensione sociale che non può essere ignorata. Il capitale umano è anche lo strumento principale per ridurre le disuguaglianze territoriali e generazionali. Il divario tra Nord e Sud, tra giovani e adulti, tra occupazioni qualificate e non qualificate passa in larga parte dalla qualità dei percorsi formativi e dalle opportunità offerte dai territori. Investire sulle competenze non è solo una scelta industriale, è una scelta di coesione economica e sociale.
Il messaggio che emerge dal documento è piuttosto netto: incentivi, fondi e piani industriali servono, ma non bastano. Senza un sistema formativo allineato alle esigenze delle filiere produttive e senza politiche credibili per valorizzare il lavoro qualificato, il rischio è restare intrappolati in un modello di crescita debole, basato su compressione dei costi e bassa dinamica dei salari.
In fondo, il nodo è tutto qui: il Made in Italy del futuro non si gioca solo nelle fabbriche o nei distretti, ma nelle aule, nei laboratori, nei centri di ricerca e nelle imprese che sanno investire sulle persone. Se l’Italia vuole davvero restare una potenza industriale, deve smettere di considerare il capitale umano una variabile accessoria e iniziare a trattarlo per quello che è: la sua principale infrastruttura strategica.







