Stellantis sterza sull’elettrico: 22 miliardi di oneri nel 2025, perdita fino a 21 miliardi, stop al dividendo nel 2026 e titolo travolto in Borsa

Ventidue miliardi di euro in un colpo solo. È la cifra che racconta più di mille slide la nuova fase di Stellantis: una correzione profonda della strategia sull’elettrico e, insieme, l’ammissione più scomoda per un gruppo industriale quotato: una parte degli investimenti fatti negli ultimi anni, semplicemente, non tornerà mai in cassa. La società la mette giù con il lessico inevitabile delle comunicazioni ufficiali – “soddisfare le preferenze dei clienti” e sostenere “una crescita profittevole” – ma il succo è brutale: oneri straordinari nel 2025, perdita netta stimata tra 19 e 21 miliardi, e conseguenza quasi automatica, sospensione del dividendo nel 2026. La transizione green, almeno per adesso, passa dal bilancio prima che dalla strada.

La Borsa, come sempre, non aspetta che finisca il discorso. Il 6 febbraio, in avvio di seduta, il titolo Stellantis resta per alcuni minuti senza prezzo: troppa carta in vendita, troppo nervosismo e un annuncio che cambia di colpo il perimetro delle attese. Poi arrivano gli stop per eccesso di ribasso, uno dopo l’altro, e nel primo pomeriggio il tracollo tocca il 29,02%. A fine giornata la chiusura è a -25,17%. Un tonfo che riporta l’azione ai livelli più bassi dalla nascita del gruppo dopo la fusione tra Psa e Fca, effettiva dal gennaio 2021. Tradotto: il mercato non punisce solo un trimestre o un anno, punisce una narrazione che si incrina.

Il riposizionamento non viene presentato come un addio all’elettrico, ma come una riscrittura del ritmo e delle priorità. È qui che le parole dell’amministratore delegato Antonio Filosa diventano il passaggio chiave: gli oneri annunciati “riflettono in larga parte il costo derivante da una sovrastima del ritmo della transizione energetica”. In sostanza, Stellantis riconosce di aver corso troppo avanti rispetto al passo reale dei consumatori, finendo per allontanarsi “dalle esigenze e dai desideri reali di molti acquirenti”. Non è soltanto una frase, è una diagnosi: la domanda non ha seguito la curva prevista, e un pezzo di investimento diventa zavorra contabile.

Dentro quella maxi-cifra, però, non c’è solo il tema elettrico in senso stretto. Filosa parla anche di criticità pregresse che il nuovo management sta affrontando con una revisione estesa “di tutte le attività”: ristrutturazione della struttura organizzativa, ristrutturazione del rapporto con gli stakeholder, e l’idea – rivendicata – che alcuni segnali di ripresa possano già emergere nella seconda metà del 2025. Il messaggio è chiaro: si pulisce oggi, si spera di ripartire domani. Ma intanto il mercato vede un conto gigantesco e lo trasforma in panico.

Il punto è che, accanto all’impatto contabile, arriva un altro segnale inequivocabile: nel breve periodo non c’è spazio per remunerare il capitale. La cedola salta, e per rafforzare la struttura finanziaria il gruppo apre all’emissione di obbligazioni ibride perpetue fino a 5 miliardi. Strumenti a metà strada tra debito ed equity, pensati per irrobustire il patrimonio senza diluire gli azionisti. È finanza di trincea, non da passerella: serve a blindare la solidità mentre si digerisce la ristrutturazione.

Sotto la superficie della maxi-perdita, tuttavia, il motore commerciale non appare spento. Nel secondo semestre 2025 i ricavi netti preliminari risultano in miglioramento e il free cash flow industriale mostra segnali di recupero. Nel quarto trimestre le consegne consolidate raggiungono 1,5 milioni di veicoli, in crescita del 9% su base annua. Il dato più vistoso è il Nord America, dove l’aumento è del 43%: un rimbalzo capace di compensare solo in parte la debolezza dell’Europa allargata, frenata dal calo dei veicoli commerciali leggeri e da una competizione sempre più compressiva sui prezzi. È qui che si vede il paradosso: l’operatività migliora mentre il bilancio affonda, perché la manovra non fotografa il presente puro, ma riscrive il passato recente con rettifiche e svalutazioni.

C’è poi un’altra cifra che il mercato, dopo lo shock, guarda con attenzione: la liquidità industriale. A fine 2025 viene indicata intorno a 46 miliardi, pari al 30% dei ricavi, al limite alto del target fissato dal management. È la coperta che permette a Stellantis di assorbire la botta e di promettere “normalizzazione” nel 2026: ricavi attesi in crescita a una cifra media e free cash flow industriale in ulteriore miglioramento. Meno zavorre contabili, più attenzione alla generazione di cassa, almeno sulla carta.

Il problema è che Stellantis non si muove in un deserto. La settimana ha mostrato un settore auto europeo sotto pressione, con scetticismo crescente sulla redditività della transizione elettrica e sui tempi reali del mercato. La volatilità ha colpito anche altri marchi, trascinando un comparto già nervoso tra conti trimestrali deludenti, domanda più selettiva e consumatori sempre più sensibili al prezzo. In questo contesto, la scelta di Stellantis suona come una correzione industriale, ma viene letta anche come un segnale: la corsa all’elettrico non è lineare, e quando la curva promessa non coincide con quella reale, a pagare è il bilancio. E, immediatamente dopo, la Borsa.