“Anche nei palazzi reali”: il presunto traffico di ragazze minorenni al centro dello scandalo del principe Andrea. “E la famiglia reale sapeva tutto”

l’ex principe Andrea

Se la monarchia britannica sperava di archiviare il “caso Andrea” con una gestione a bassa temperatura, Andrew Lownie è tornato a soffiare sul fuoco. E lo ha fatto con parole che non lasciano spazio a diplomazie. In un incontro con i corrispondenti della stampa estera, il biografo dell’ex duca di York ha raccontato retroscena e accuse contenuti nella nuova edizione aggiornata di Entitled, il libro in cui sostiene di aver messo in fila “tutte le magagne” legate agli ex duchi di York. Il ritratto che ne esce è quello di un uomo incapace di leggere la realtà e di una famiglia reale che, secondo Lownie, avrebbe scelto per anni la strada della protezione e del silenzio.

“Andrea è un narcisista totale e non ha mai mostrato alcun pentimento per il suo comportamento”, dice Lownie, aggiungendo di aver parlato “la scorsa settimana con un membro del suo staff” che gli avrebbe riferito un Andrea “del tutto senza rimorsi”, convinto di essere stato trattato male e persuaso che “la gente sia contenta di vederlo andare in giro”. Il sottotesto è crudele: non c’è presa d’atto, non c’è rientro, non c’è nemmeno l’istinto di sparire per non danneggiare ulteriormente l’istituzione. C’è, semmai, l’idea opposta: la pretesa di normalità.

Lownie sostiene poi che l’uscita di Andrea dal Royal Lodge non sia stata un gesto spontaneo né una scelta di dignità. “Andrea non è andato via di sua volontà dal Royal Lodge… lo hanno pagato per andarsene”, afferma, e aggiunge un dettaglio che, se vero, sposterebbe il racconto sul terreno delle “compensazioni” interne: “Il re ha promesso che la famiglia reale si sarebbe presa cura delle sue figlie Eugenie e Beatrice”. Qui il biografo alza ulteriormente il tono e fa una scelta deliberatamente impopolare: dice di non considerarle “vittime innocenti”, ma “complici e profittatrici” del malaffare dei genitori. È una frase che colpisce perché entra nel nucleo familiare e rompe la narrazione protettiva che, in genere, circonda i membri più giovani della dinastia.

Sul capitolo Carlo, Lownie non concede nulla alla retorica del “dovere” e della “collaborazione”. “L’ultima cosa che la famiglia reale vuole è un dramma”, dice, e liquida come “tutta scena” le dichiarazioni di disponibilità: “Dicono che fanno tutto quello che possono”. Poi ricorda, sempre secondo la sua ricostruzione, un cambio di linea che suona come un’ammissione: “Prima dicevano che non potevano spogliarlo dei titoli, e poi hanno scoperto che potevano farlo”. Tradotto: quando serve, le soluzioni si trovano. Quando non conviene, diventano impossibili.

Il punto centrale, però, è un altro: “Dicono che coopereranno con la polizia, ma avrebbero potuto farlo negli scorsi 25 anni, perché sapevano tutto di Andrea: lo hanno coperto, hanno cercato di mettere a tacere le storie su di lui, hanno lanciato minacce legali”. Lownie parla di “grosse domande” che, a suo dire, restano senza risposta e che inchiodano l’istituzione più del singolo personaggio: “Cosa sapevano, quando sapevano, cosa hanno fatto allora, cosa faranno adesso”.

Nel suo racconto, la vicenda non si ferma alle ombre reputazionali. Lownie evoca scenari gravissimi, sempre in forma di accusa: parla di indagini e di possibili reati, sostiene che “molte ragazze sono state trafficate a favore di Andrea… anche nei palazzi reali” e indica come possibile punto di verifica i “registri delle visite”. Aggiunge anche un elemento di pressione interna: secondo lui, “gli agenti della scorta sono stati minacciati di essere degradati se parlano” e “Carlo ha ingiunto a tutti di non dire nulla”. È, nel suo impianto, la definizione stessa di una strategia: non chiarire, non consegnare elementi, non alimentare un racconto pubblico. “Invece di cooperare stanno cercando di ammazzare la storia”, è la frase che usa.

Poi c’è la parte che tocca il potere e il denaro. Lownie parla di “una tangente milionaria in Kazakistan” e di un sistema di relazioni costruito, sempre secondo lui, durante il periodo di Andrea come inviato per il commercio. Qui l’accusa è doppia: che ci sia stata un’ombra di corruzione e che lo Stato abbia protetto quei passaggi negando trasparenza.

Il biografo alza il livello del paragone fino a un punto quasi provocatorio: parla di “corruzione al cuore della famiglia reale” e la definisce “qualcosa di peggio dell’abdicazione del 1936”, perché, nella sua ricostruzione, non ci sarebbe un solo uomo fuori controllo ma un contesto che avrebbe “chiuso un occhio”, se non “facilitato” certi comportamenti. “Andrea non è abbastanza intelligente da organizzare tutto da sé… conduceva i suoi affari da Buckingham Palace. Quindi non venitemi a dire che la famiglia reale ha fatto tutto il possibile”, aggiunge.

L’ultima stilettata è forse la più politica, perché guarda avanti e mette William al centro della scena senza nominarlo come parte attiva, ma come erede che teme di essere contaminato. “Devono ripulire tutto prima che William diventi re, lui non vuole ereditare questo problema”, sostiene Lownie. E chiude con un aut aut che suona come una sentenza sul futuro della Corona: la questione Andrea “andrà a definire il regno di Carlo”, che potrà essere ricordato “come il re che ha riformato la monarchia” oppure “come quello che ha consentito che diventasse irrilevante”.

Sono parole, per ora. Ma sono parole che, messe in fila così, fanno male esattamente dove la monarchia è più vulnerabile: sull’idea di controllo, di disciplina interna, di responsabilità. E se l’obiettivo era evitare un dramma, Lownie sta dicendo che il dramma non lo creano i giornali: lo crea la gestione. E, soprattutto, l’impressione che per anni qualcuno abbia scelto di guardare altrove.