“Boots on the ground”, Trump non esclude truppe in Iran: la guerra si allarga, solo un americano su quattro la sostiene

Donald Trump

“Boots on the ground” nel lessico militare americano significa una cosa sola: stivali sul suolo, fanteria, soldati che combattono sul terreno. È il passaggio che segna la trasformazione di un’operazione aerea o navale in una guerra piena. E ora anche questa soglia non è più intoccabile.

Donald Trump non esclude l’invio di truppe in Iran

In un’intervista al New York Post ha dichiarato di non voler usare la formula prudente di molti suoi predecessori. “Non dico come ogni presidente: ‘Non ci saranno uomini sul campo’. Dico ‘probabilmente non ne abbiamo bisogno’ o ‘ci saranno se sono necessari’”. Parole che aprono un fronte politico interno mentre il conflitto in Medio Oriente si allarga.

Il presidente rivendica l’efficacia dell’operazione “Epic Fury”, definita “molto in anticipo sui tempi previsti”. E alla Cnn alza ulteriormente i toni: “Li stiamo massacrando. Penso che stia andando molto bene. Non abbiamo ancora iniziato a colpirli duramente, la grande ondata non si è ancora verificata. Arriverà presto”.

Sul piano militare, i numeri raccontano una regione in fiamme

Dopo l’annuncio della morte della Guida Suprema Ali Khamenei, Teheran ha promesso vendetta. “Hanno bruciato il nostro cuore, bruceremo il loro”, ha dichiarato Ali Larijani, capo del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale. Israele è stato colpito da ripetuti attacchi missilistici: nove morti a Beit Shemesh, cinque feriti a Gerusalemme dopo che un missile ha superato le batterie dell’Iron Dome. Tre vittime anche negli Emirati Arabi Uniti.

Secondo il Wall Street Journal, da sabato sono stati abbattuti circa 1.400 tra missili e droni fra Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein, oltre a intercettazioni in Arabia Saudita e Oman. Nel mirino anche una base americana vicino a Erbil, nel Kurdistan iracheno. I Pasdaran hanno rivendicato un attacco alla portaerei Abraham Lincoln, ma il Pentagono ha smentito che sia stata colpita.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha confermato la morte di quattro militari americani, tutti deceduti nello stesso attacco in Kuwait. Altri diciotto risultano gravemente feriti. Non è stato chiarito se fossero impegnati direttamente nell’operazione “Epic Fury” o assegnati alle basi colpite.

Benjamin Netanyahu ringrazia Washington

Sul fronte politico, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ringraziato apertamente Washington: “Voglio mandare un ringraziamento speciale a un nostro grande amico e grande leader, il presidente Donald Trump, che si è unito a noi in questo sforzo cruciale per salvare il mondo”.

Ma negli Stati Uniti il consenso vacilla

Un sondaggio Reuters/Ipsos rileva che solo un americano su quattro sostiene l’operazione militare in Iran. Più della metà degli intervistati, incluso un repubblicano su quattro, giudica eccessivo l’uso della forza da parte del presidente. Il 45% afferma che sarebbe meno propenso a sostenere la campagna se i prezzi di gas e petrolio aumentassero. Il dato è stato raccolto prima dell’annuncio ufficiale delle quattro vittime americane.

La guerra, dunque, non è solo militare. È economica, politica, identitaria. E la parola chiave resta quella pronunciata con apparente leggerezza: “boots on the ground”. Se davvero gli stivali americani dovessero toccare il suolo iraniano, il conflitto cambierebbe natura. Non più una guerra a distanza, ma un nuovo fronte diretto nel cuore del Medio Oriente. Con conseguenze che, questa volta, nessuno può calcolare davvero.