Tre milioni di file. Duemila video. Centottantamila immagini. Sono i numeri, enormi e quasi ingestibili, del rilascio di documenti sul caso Jeffrey Epstein da parte del Dipartimento di Giustizia americano. A scandirli, in conferenza stampa, è stato il vice procuratore generale Todd Blanche, chiamato a spiegare la portata del materiale e soprattutto a respingere l’accusa più tossica: l’idea che l’amministrazione abbia “protetto” il presidente Donald Trump nel modo in cui i documenti sono stati selezionati, trattati e resi pubblici.
“Il Dipartimento di Giustizia non ha protetto il presidente Trump”, ha dichiarato Blanche, insistendo sul punto con un tono che sa di smentita preventiva. “Non abbiamo protetto o non protetto nessuno”, ha aggiunto, quasi a voler togliere il tema dal tavolo prima che la discussione diventi politica pura. Ma nello stesso passaggio ammette anche il problema che sta dietro a ogni maxi-rilascio di questo tipo: l’aspettativa di “rivelazioni definitive” rischia di rimanere delusa. “C’è una fame o una sete di informazioni che non credo potrà essere soddisfatta dalla revisione di questi documenti. Non posso farci nulla”.
In questo quadro entra un dato che pesa come un macigno nel dibattito pubblico, perché alimenta interpretazioni opposte a prescindere dal contenuto: il nome di Trump, secondo quanto riferito, sarebbe citato almeno in 3.000 occasioni nell’archivio. Non significa, di per sé, colpevolezza, non è una prova automatica di nulla. Ma dice quanto quel nome, comunque lo si voglia leggere, sia intrecciato al racconto-documento che ora torna a circolare. È anche per questo che Blanche insiste sul concetto di trasparenza come “linea politica” richiesta dal presidente: “La sua indicazione al Dipartimento di Giustizia era di essere trasparenti, di rendere pubblici i documenti, di essere il più trasparenti possibile, ed è esattamente quello che abbiamo fatto”.
Dentro una massa simile, il rischio è sempre lo stesso: un oceano di carte e materiali che diventa una lotteria di frammenti, un mercato di stralci, una sequenza di “pezzi” estratti e rilanciati in base a ciò che fa più rumore. E infatti, insieme al tema Trump, emergono contenuti destinati a incendiare la curiosità e la polemica, anche quando restano confinati al livello di affermazioni non verificate.
Tra questi, una serie di e-mail attribuite a Epstein e datate 18 luglio 2013, nelle quali il finanziere muove accuse pesantissime nei confronti di Bill Gates. Le affermazioni descrivono presunti comportamenti sessuali, richieste di farmaci e tentativi di cancellare comunicazioni compromettenti. In una delle e-mail, Epstein scrive di essere stato “sconvolto oltre ogni comprensione” dalla decisione di Gates di interrompere i rapporti dopo sei anni di frequentazione. Nello stesso messaggio sostiene che Gates lo avrebbe implorato di cancellare e-mail relative a una presunta malattia sessualmente trasmissibile, a una richiesta di antibiotici da somministrare di nascosto alla moglie Melinda e ad altri dettagli di natura intima. Accuse che, va chiarito, non risultano verificate e vengono riportate esclusivamente come contenuto dei documenti citati.
Le e-mail sembrano impostate come bozze di una lettera che avrebbe dovuto essere inviata dall’allora consigliere di Gates, Boris Nikolic, in occasione delle sue dimissioni dalla Bill and Melinda Gates Foundation. In un altro messaggio, inviato alle 1:03 dello stesso giorno, si parla di una “grave disputa coniugale” tra Bill e Melinda e di attività definite “moralmente inappropriate” o “eticamente discutibili”, fino a “sfiorare e potenzialmente oltrepassare il limite dell’illegalità”, secondo il testo riportato.
Nel messaggio si citano, sempre come accuse non comprovate, richieste di aiuto per procurare farmaci legati a rapporti sessuali, facilitazioni di relazioni extraconiugali e persino la richiesta di fornire Adderall per tornei di bridge, con la precisazione che l’autore, pur essendo medico, non avrebbe avuto la possibilità di prescrivere farmaci. È un quadro che, proprio perché dettagliato, rischia di trasformarsi in miccia mediatica, ma resta — allo stato di quanto riportato — materiale da interpretare, contestualizzare, verificare.
La pubblicazione include anche nuove immagini senza data che ritraggono Epstein e Gates insieme in diversi contesti. In una fotografia, Gates appare sorridente accanto a una donna il cui volto è stato oscurato. Immagini che non provano nulla, ma che aggiungono tensione a una storia già densa di implicazioni pubbliche e private.
Gates ha in passato dichiarato di pentirsi della sua amicizia con Epstein, morto nel 2019 in un carcere di New York mentre era in attesa di processo per traffico sessuale. Ha però sempre negato qualsiasi scorrettezza. Nel 2019, al Wall Street Journal, affermò di non aver mai avuto rapporti d’affari o di amicizia con Epstein, di non aver mai viaggiato con lui in luoghi come il New Mexico o Palm Beach e di non aver mai partecipato a feste o eventi riconducibili al finanziere.
Nel quadro generale, questo rilascio non consegna una “verità finale”. Consegna un archivio. E un archivio, soprattutto quando è smisurato, è un oggetto ambiguo: può chiarire, ma può anche confondere; può illuminare, ma può anche alimentare una battaglia di narrazioni. Blanche rivendica la trasparenza e ne fa un argine politico, ma ammette implicitamente che la quantità stessa di materiale rende difficile soddisfare chi cerca risposte nette, immediate, definitive.
Il caso Epstein, a distanza di anni, continua così a produrre onde lunghe. Il nome di Trump, citato migliaia di volte, resta una miccia permanente nel discorso pubblico; le e-mail su Gates aprono altri fronti di sospetto e clamore; e sullo sfondo rimane la stessa domanda che torna, ogni volta, quando si parla di dossier sterminati: quanta verità c’è nei documenti, e quanta verità finisce invece sepolta sotto il peso dei documenti stessi.







