Altro che notte di riflessione. Il presidente Donald Trump si sveglia e decide che la risposta alla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti non sarà una strategia, ma un’esplosione. Non una limatura, ma un rilancio. Non un chiarimento istituzionale, ma un attacco frontale.
Il dazio globale passa dal 10 al 15%. Secco. Immediato. Senza una conferenza stampa, senza un confronto con il Congresso, senza un tentativo di ricucitura. Solo un post social che sembra scritto con il pugno chiuso sul tavolo.
E il testo è tutto lì, in un flusso di coscienza che travolge giudici, alleati e avversari:
“Basandosi su una revisione approfondita, dettagliata e completa della decisione ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana sulle tariffe emessa ieri, dopo molti mesi di riflessione, dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, questa dichiarazione serve a rappresentare che io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America aumenterò con effetto immediato la tariffa mondiale del 10% sui paesi, molti dei quali hanno ‘fregato’ gli Stati Uniti per decenni, senza ritorsioni (fino a quando non sono arrivato io!), fino al livello pienamente consentito e legalmente testato del 15%. Nei prossimi mesi l’amministrazione Trump determinerà e emetterà i nuovi dazi legalmente consentiti, che continueranno il nostro processo straordinariamente riuscito di rendere l’America grande di nuovo”.
Non è solo un aumento di cinque punti percentuali. È un gesto di sfida. La Corte non viene contestata nel merito: viene insultata. “Ridicola”. “Mal scritta”. “Straordinariamente antiamericana”. Parole che non colpiscono una norma, ma l’istituzione stessa.
Il sottotesto è ancora più netto: i giudici non hanno fermato una misura, hanno tradito l’America. E se l’America è lui, allora ogni sentenza contraria diventa un atto ostile. È la personalizzazione estrema del potere, il passaggio da presidente a protagonista assoluto di un copione in cui le regole sono comparse.
Il linguaggio è quello di un comizio permanente. I Paesi stranieri “hanno fregato” gli Stati Uniti. Le ritorsioni sono mancate “fino a quando non sono arrivato io!”. L’io occupa tutto lo spazio. Non c’è amministrazione, non c’è sistema, non c’è equilibrio tra poteri. C’è un uomo che si sente investito di una missione e che considera ogni freno un affronto personale.
Il paradosso è che l’arma scelta – l’aumento immediato dei dazi – poggia su basi fragili. La norma del 1974 su cui si appoggia è temporanea, scade dopo 150 giorni e poi richiederà il via libera del Congresso. Ma il problema, in questo momento, non sembra la durata tecnica della misura. È la scenografia dello scontro.
All’estero la reazione è un misto di incredulità e calcolo. L’Europa, che sperava in un allentamento dopo la sentenza, si ritrova con un presidente che rilancia invece di arretrare. La Cina osserva, consapevole che un’arma usata come randello perde potere negoziale. I mercati oscillano tra paura e assuefazione.
Dentro gli Stati Uniti lo scontro è ancora più delicato. La Corte Suprema ha ricordato che per misure strutturali serve il Congresso. Trump risponde alzando il tiro. È una prova di forza che mette sotto stress il meccanismo dei pesi e contrappesi. E che alimenta una domanda scomoda: fino a che punto il sistema reggerà questa tensione continua?
Non è la prima volta che il presidente trasforma una sconfitta legale in un’occasione per radicalizzare il linguaggio. Ma qui il livello sale. Perché non si limita a contestare una decisione: la derubrica a prodotto “antiamericano”. E questo, in una democrazia costituzionale, è più di una polemica. È un’accusa.
La Casa Bianca diventa così un amplificatore emotivo. Ogni sentenza è una provocazione, ogni critica un complotto, ogni limite un ostacolo da scavalcare. Il rischio non è solo economico. È culturale e istituzionale. Quando il presidente reagisce a una decisione della Corte Suprema con un monologo incendiario e un rialzo immediato delle tariffe, il messaggio è chiaro: le regole valgono finché coincidono con la volontà del capo.
Il 15% è una cifra. Ma è anche un simbolo. Cinque punti in più per dire che nessuno, neppure i giudici, può fermare la corsa. Resta da capire quanto a lungo gli Stati Uniti accetteranno che la politica commerciale diventi un regolamento di conti personale. Per ora, il presidente ha scelto la linea dello scontro totale. E non sembra avere alcuna intenzione di abbassare il volume.







