Così cambia la Nato di Trump: Washington resta al vertice. Ma redistribuisce la guida dei Joint Force Command

Il disimpegno americano nella Nato non arriva con una dichiarazione solenne, né con una bandiera ammainata davanti alle telecamere. Arriva come spesso accade nelle architetture militari: con un cambio di caselle, un aggiornamento di organigramma, una “ridistribuzione” che sulla carta sembra tecnica e che, nella sostanza, è politica. Gli Stati Uniti restano al vertice del comando supremo dell’Alleanza, ma spostano verso gli europei una parte della guida operativa. È un passo indietro di Washington e, specularmente, un salto in avanti per gli alleati europei, chiamati a fare ciò che per decenni hanno chiesto agli americani: reggere più peso, con meno alibi.

Il punto fermo resta Mons, in Belgio

Qui catena di comando della Nato continua a rispondere agli Stati Uniti. La supervisione delle operazioni, la regia complessiva, la cabina di regia strategica restano nelle mani del generale Alexus Grynkewich. Ma sotto quel livello, nella struttura che muove uomini e assetti, le cose cambiano. Il Comitato militare dell’Alleanza, composto dai rappresentanti dei 32 Paesi membri, ha confermato la decisione di ridistribuire gli incarichi nei tre poli operativi della Nato, i Joint Force Command, che rispondono direttamente agli ordini del comando supremo.

La novità più evidente riguarda il Sud

Gli Stati Uniti cederanno la guida del Comando di Napoli all’Italia. Non subito, non domani mattina, ma con un percorso già tracciato. A Napoli, infatti, l’ammiraglio della Marina Usa George Wikoff si è insediato il 19 novembre 2025. Considerati i tempi medi dei mandati a quel livello – di norma due o tre anni, anche se non esiste una regola rigida – il passaggio di consegne a un ufficiale italiano non è imminente. Ma la direzione è stata indicata e, in ambito Nato, indicare una direzione significa già spostare equilibri.

Per Roma la lettura è immediata

Il ministero della Difesa guidato da Guido Crosetto considera la scelta un riconoscimento, anche perché il governo italiano insiste da tempo sul valore strategico del fianco Sud dell’Alleanza. In altre parole: se la Nato deve prepararsi a gestire crisi nel Mediterraneo allargato, dal Nord Africa al Medio Oriente, passando per rotte energetiche e instabilità croniche, allora Napoli non è una sede periferica, ma un nodo. Ed è proprio quel nodo che ora gli Stati Uniti sono disposti a lasciare in mani europee.

Il secondo movimento è speculare e riguarda l’Atlantico

La guida del Comando di Norfolk, in Virginia, passerà al Regno Unito. Anche qui il messaggio è chiaro: gli americani mantengono la leadership complessiva, ma delegano la gestione di un presidio operativo chiave, legato alla sicurezza delle rotte transatlantiche. E dentro quell’incarico, secondo la linea indicata, rientra anche la protezione della Groenlandia, dossier che negli ultimi anni ha smesso di essere un tema da cartina geografica e si è trasformato in un capitolo strategico, tra rotte artiche e nuove frizioni internazionali.

Il terzo polo operativo, quello che guarda all’Est, si muove con un meccanismo diverso: non un passaggio netto di guida, ma una co-gestione più marcata. A Brunssum, nei Paesi Bassi, un generale polacco affiancherà il collega tedesco Ingo Gerhartz. Nelle formule ufficiali si parla di avvicendamenti distribuiti “nel corso degli anni”. Nella lettura politica, l’operazione appare come un rafforzamento del ruolo della Polonia nel quadrante orientale, cioè di uno dei Paesi che negli ultimi anni ha mostrato la linea più decisa nel sostenere la resistenza ucraina contro l’aggressione russa. “Affiancare” in un comando di questo livello non è una cortesia istituzionale: è un modo per mettere un attore più esposto e più determinato dentro la stanza dei bottoni, con la responsabilità conseguente.

A rendere esplicita la portata della svolta è anche il presidente del Comitato militare, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che parla di “traguardo storico” e di alleati europei – inclusi i nuovi membri – chiamati a svolgere un ruolo più forte nella leadership militare dell’Alleanza. È un linguaggio che, tradotto, significa una cosa: la Nato resta a guida americana, ma l’Europa viene spinta a diventare adulta per necessità, non per vocazione.

C’è poi un dettaglio che spiega come Washington stia ridisegnando non solo il “chi comanda”, ma anche il “cosa controlla”. Oltre a restare in vetta alla gerarchia, gli Stati Uniti completano la filiera dei comandi tattici rilevando dai britannici il controllo dell’Allied Maritime Command, il Marcom, situato a Northwood, poco lontano da Londra. È un passaggio che va letto insieme agli altri: da una parte gli americani cedono la guida di alcuni comandi operativi a europei; dall’altra consolidano il controllo su un comando marittimo tattico cruciale. Non è una ritirata secca, è una riorganizzazione selettiva.

L’Air Command di Ramstein e il Land Command di Izmir

Restano in mano americana anche gli altri due centri tattici citati nei documenti Nato: l’Air Command di Ramstein, in Germania, e il Land Command di Izmir, in Turchia. Strutture definite “complementari” rispetto ai tre comandi operativi, ma centrali per un motivo molto concreto: Northwood, Izmir e Ramstein forniscono al quartier generale di Mons le analisi necessarie per gestire crisi o situazioni di emergenza. In pratica, la Nato può delegare parte della conduzione operativa, ma chi mantiene la capacità di analisi, pianificazione e coordinamento conserva un pezzo fondamentale del controllo.

Il senso politico di tutto questo viene ricondotto alla linea di Washington, con un elemento di continuità e uno di rottura. La continuità è nota: gli Stati Uniti chiedono da anni agli alleati una maggiore condivisione delle spese. La rottura, o quantomeno l’accelerazione, è associata alla linea Trump: non distribuire solo i costi, ma anche le responsabilità del comando nelle regioni in cui si può delegare. Non è più solo un tema di percentuali di Pil destinate alla difesa o di contributi finanziari: è un tema di comando, di firma, di responsabilità politica e militare.

In questo quadro, la scelta su Napoli assume un valore che va oltre la città e oltre l’Italia. Napoli è simbolicamente il “Sud” della Nato, ma anche un centro da cui si guarda a crisi che spesso non esplodono con un’invasione tradizionale. Rotte marittime, traffici, pressioni migratorie, instabilità regionale, minacce ibride: un insieme di dossier dove il confine tra sicurezza e geopolitica è sottile. Affidare quel comando a un Paese europeo significa dire: questa parte di mondo, questa parte di rischio, non può essere gestita sempre come una delega agli americani.

Per il Regno Unito, Norfolk è un’altra faccia della stessa medaglia

Non soltanto un incarico prestigioso, ma un banco di prova su una delle arterie vitali dell’Alleanza, l’Atlantico. Per Polonia e Germania, la co-gestione a Brunssum rafforza l’idea che il fronte orientale non sia soltanto un “confine” da sorvegliare, ma un teatro centrale che richiede una leadership europea più visibile e più responsabilizzata.

Il dato, in sintesi, è che il disimpegno americano “prende forma” senza uscire formalmente dall’Alleanza e senza rinunciare alla leadership suprema. È una redistribuzione di compiti che costringe gli europei a esporsi di più, mentre gli Stati Uniti mantengono le leve strategiche e tattiche più sensibili. A livello politico, è una richiesta implicita: assumersi la quota di comando che corrisponde alla pretesa di contare. A livello operativo, è un cambio di equilibrio: meno automatico ricorso alla guida americana, più gestione diretta europea. E la Nato, da oggi, comincia a somigliare un po’ di più a ciò che molti invocano da anni e che pochi, finora, hanno davvero voluto praticare: un’Alleanza in cui la responsabilità non si chiede, si esercita.