Davos, il forum che predica sobrietà e pratica l’eccesso: dietro i panel su clima e futuro, l’altra settimana fatta di lusso, escort, droga, festini e scandali

Davos è una liturgia. Ogni anno la stessa scenografia: neve perfetta, strade presidiate, badge al collo, auto nere, vetri oscurati, cappotti di cachemire e sorrisi da foto ufficiale. Il World Economic Forum si presenta come il luogo dove il mondo, almeno quello che conta, prova a ragionare su se stesso: economia, innovazione, geopolitica, clima, sostenibilità, digitalizzazione. Una grande stanza dei bottoni in versione alpina, con la promessa di un’umanità più razionale e di un capitalismo più responsabile.

Eppure, da tempo, a Davos si porta dietro una seconda narrazione. Non è nuova, non è un pettegolezzo nato ieri, e soprattutto non è un’appendice folkloristica. È un altro lato dell’evento, raccontato come un sottobosco di eccessi, di lusso spinto, di serate che si consumano lontano dai riflettori ufficiali. Una Davos parallela che non compare nei programmi, non ha moderatori, non produce report, ma lascia una scia: festini esclusivi, consumo di alcol e droghe, comportamenti misogini, escort di lusso e intrattenitori reclutati per “riempire” la notte.

Le inchieste che, a partire dal 2022, hanno acceso i fari su questo lato oscuro hanno aperto una crepa in un’immagine che il Forum difende con cura maniacale. Il punto non è solo la cronaca di serate sopra le righe. Il punto è la contraddizione strutturale: Davos è l’evento che discute di sobrietà, di responsabilità, di etica del potere e di regole per salvare il pianeta, ma intanto diventa il set ideale per l’esibizione del privilegio. E quando la settimana finisce, ciò che resta non è soltanto una lista di panel e di interventi. Resta anche il sospetto che il “messaggio” e la “pratica” viaggino su due binari che non si incontrano mai.

Perché Davos è anche questo: un posto dove il networking è una religione, i contatti sono moneta e l’accesso vale più di qualunque dichiarazione. E in un contesto simile, la mondanità non è semplice intrattenimento: è un’estensione del potere. La cena giusta, l’hotel giusto, l’invito giusto, il salotto giusto. La geografia dell’influenza non passa soltanto dai tavoli ufficiali ma dalle stanze laterali, dai corridoi, dalle suite, dagli appartamenti affittati a cifre che per molti equivalgono a un anno di lavoro.

È in questo spazio “non ufficiale” che, secondo le ricostruzioni giornalistiche ricordate dal tuo testo, si sarebbero consolidati rituali che fanno a pugni con l’immagine pubblica dell’evento. Ristoranti di lusso, hotel a cinque stelle, chalet trasformati in club privati: luoghi dove il consumo ostentato diventa la norma e la discrezione un servizio compreso nel prezzo. In quelle serate, il confine tra party e transazione si assottiglia. Ed è qui che la storia di Davos smette di essere solo “costume” e torna a essere politica, perché riguarda come il potere si rappresenta, come si protegge, come si concede un momento di impunità sociale.

Dentro questo racconto, l’uso di sostanze stupefacenti non è descritto come un incidente isolato, ma come parte di un’immagine ricorrente: psichedelici, funghi allucinogeni, un’idea di sballo “sofisticato” che si appiccica addosso a un certo immaginario della finanza e della tech élite. Se ufficialmente Davos discute di salute collettiva, di benessere e di regole, ufficiosamente diventa il luogo dove alcuni si concedono l’esatto contrario, protetti dalla cornice di un evento che assicura anonimato, status e distanza dal giudizio comune.

E poi ci sono le escort, le storie più tossiche perché non riguardano solo l’eccesso, ma il rapporto tra potere e corpi. Il tema qui non è moralistico, è materiale: in un contesto in cui il denaro è illimitato e i nomi sono pesanti, le dinamiche diventano subito opache. Non si parla di “libertà individuale”, si parla di un ecosistema in cui la disponibilità di tutto e di tutti sembra un’estensione naturale del privilegio. Anche per questo, le accuse di comportamenti misogini e di un clima “da club privato” non scivolano via: colpiscono nel punto in cui Davos vorrebbe essere il laboratorio di un futuro più giusto, mentre viene percepito come la vetrina di un presente che non chiede permesso.

Il paradosso è che Davos, pur attraversata da scandali e rivelazioni, continua a reggere. Non è un dettaglio. Significa che l’evento non vive di reputazione morale, vive di utilità strategica. È uno snodo. Un luogo dove si tastano i polsi del mondo, dove si misurano alleanze, dove ci si annusa prima di muoversi davvero. E quando un evento è così centrale, le polemiche diventano rumore di fondo: fastidiose, sì, ma raramente capaci di cambiare la sostanza.

Il World Economic Forum resta, per molti, l’occasione per sedersi vicino a chi conta, parlare con chi decide, costruire una traiettoria. Ed è proprio questa centralità a rendere ancora più disturbante il “doppio registro”: la Davos delle parole, delle promesse e degli impegni solenni; e la Davos delle notti, dei salotti chiusi, delle euforie chimiche e del lusso senza freni. Due Davos che convivono nello stesso spazio e nella stessa settimana, come se non dovessero mai rendere conto l’una all’altra.

Le ultime grandi inchieste sui festini e sugli eccessi risalgono a qualche anno fa, ma il tema continua a tornare perché non è legato a un singolo episodio: è legato a una struttura. Davos non è un congresso qualunque: è un simbolo. E quando un simbolo predica bene e viene raccontato come praticante male, diventa inevitabilmente un bersaglio. Non per la curiosità morbosa, ma per la domanda che lascia sospesa: quanto sono credibili le ricette per il mondo, se il mondo che le propone non riesce nemmeno a controllare se stesso quando chiude la porta?

Nel frattempo, mentre nei panel si parla di sostenibilità e di nuove frontiere della responsabilità sociale, fuori dall’agenda ufficiale resta quell’altra Davos: quella che non si fotografa, non si verbalizza, non si mette agli atti. Ma che, puntualmente, continua a farsi trovare.