Epstein: non è Trump il problema, è il sistema dei super-ricchi

Epstein e Trump

La questione non è stabilire se Donald Trump compaia o meno nei file di Jeffrey Epstein. È irrilevante. È un falso problema, costruito per ridurre un fatto strutturale a pettegolezzo giudiziario. Una distrazione. Un diversivo mediatico.Il punto non è chi c’era. Il punto è cosa rappresenta quel mondo.

Quei file non raccontano una devianza individuale. Raccontano il funzionamento reale del potere quando si sottrae a ogni vincolo sociale, politico e morale. Raccontano cosa accade quando la ricchezza diventa assoluta e non risponde più a nessuno. Mostrano un’élite che per decenni ha imposto austerità, precarietà, sacrifici, tagli al welfare, compressione salariale, mentre per sé costruiva zone franche: lusso, droga, sesso, relazioni opache, immunità informale. Spazi sottratti al diritto. Non è ipocrisia. È coerenza di sistema.

Le note pubbliche, le informative interne sulle pluridipendenze di Elon Musk, spesso trattate come folklore da genio eccentrico, non sono curiosità biografiche. Sono il segnale di un modello di potere irresponsabile, privo di limiti, che pretende disciplina dagli altri e rifiuta ogni forma di autocontrollo per sé. Non è un problema morale. È un problema politico in senso stretto. Non riguarda la morale individuale, ma l’assetto materiale del potere. Il capitalismo deregolato produce in modo sistematico tre effetti convergenti: concentrazione estrema della ricchezza, dissoluzione della responsabilità pubblica, privatizzazione progressiva della sovranità.

Il controllo sulle risorse, sulle infrastrutture e sui flussi decisionali si sposta dalle istituzioni collettive a soggetti privati non eletti e non sanzionabili. In questo contesto, l’accumulazione smisurata non è una patologia del sistema, ma il suo esito fisiologico. Chi detiene capitali sproporzionati rispetto al resto della società non esercita soltanto un vantaggio economico. Esercita potere normativo, influenza regolativa, capacità di condizionamento politico. Produce asimmetrie strutturali che alterano in modo permanente le condizioni di accesso ai diritti, alle opportunità e alla protezione sociale. Questa forma di potere non opera attraverso la coercizione diretta, ma mediante dispositivi legali, fiscali, finanziari e contrattuali. È una violenza incorporata nelle procedure. Invisibile nei singoli atti. Totale nei risultati.

La vicenda Epstein non riguarda “mele marce”. Riguarda reti. Coperture. Favori. Complicità. Trasversali. Senza colore ideologico. Destra, sinistra, liberalismo, conservatorismo: quando il potere diventa estremo, si protegge sempre. Le etichette servono solo a tranquillizzare le masse. Siamo entrati in una fase di resa dei conti. Ovunque cresce la tensione: Torino, Milano, Roma, New York, Istanbul. Le piazze non parlano solo di Gaza. Parlano di diseguaglianza, di espropriazione, di umiliazione sociale.

Parlano di una frattura ormai evidente: sotto e sopra. Lavoro e rendita. Vita reale e accumulazione astratta. I super-ricchi non sono una minoranza privilegiata. Sono un’anomalia sistemica. Il prodotto finale di un mondo che ha consegnato tutto ai privati e tolto progressivamente tutto ai cittadini. Gli ingenui vedono solo lo scandalo sessuale. Non vedono l’architettura del potere che lo rende possibile. Mentre si litiga su Meloni e Schlein, su conservatori e progressisti, su trumpiani e liberal, la ricchezza continua a concentrarsi in centri opachi dove la vita umana vale solo come consumo.

Anche negli Stati Uniti, lo scontro Trump–Harris non ha mai messo in discussione la violenza dei grandi capitali. È teatro. Coreografia. Distrazione. Chi non tocca i patrimoni non è opposizione. È gestione dell’esistente. Lo abbiamo visto in pandemia con le multinazionali farmaceutiche. Lo vediamo nella transizione green trasformata in rendita. Lo vediamo nei casi di corruzione europea. Ogni volta che il potere si sgancia dalla sovranità popolare, produce arbitrio. Non per errore. Per necessità. Quando il potere risponde solo a mercati, lobby e finanza, diventa una macchina estrattiva.

Prende denaro dal Qatar, da stati canaglia come Israele. Accumula. Centralizza. Non restituisce. La questione Epstein è una finestra. Mostra un mondo che predica responsabilità e vive nell’impunità. Che chiede sacrifici e pratica l’eccesso. Che parla di merito e vive di rendita. Per questo non è gossip. È un segnale storico. La protesta contro una guerra, contro uno Stato, contro una strategia militare, diventa il simbolo di una resistenza più ampia: contro un sistema che privatizza i profitti e socializza le perdite, che scarica i costi sui deboli e concentra i benefici in alto.

Non esiste più “pace sociale” in un sistema fondato sulla disuguaglianza permanente. Il nemico non è esterno. Non è una bandiera. Non è un leader straniero. È interno. È l’oligarchia globale che ha svuotato la democrazia e trasformato i cittadini in variabili economiche. E questa élite, prima o poi, dovrà essere costretta — politicamente, economicamente, storicamente — a pagare con i propri patrimoni per i danni prodotti. Non per vendetta. Per giustizia.

di Francesco Viafora