Lo scandalo Epstein continua a produrre onde d’urto sempre più ampie nel Regno Unito, travolgendo non solo la famiglia reale ma anche l’equilibrio già fragile del governo laburista di Keir Starmer. Per la prima volta dall’uscita dei nuovi Epstein Files, Re Carlo III ha fatto sapere, attraverso Buckingham Palace, di essere «pronto a collaborare» con la polizia della Thames Valley nell’ambito della valutazione delle accuse che riguardano il fratello Principe Andrea.
Una presa di posizione che segna un cambio di passo evidente nella strategia comunicativa dei Windsor. In una dichiarazione ufficiale, il Palazzo ha sottolineato come il sovrano abbia espresso «con parole e attraverso azioni senza precedenti» la propria «profonda preoccupazione» per le accuse che continuano a emergere sul comportamento di Andrew Mountbatten-Windsor. Una formula studiata con attenzione, che prova a tenere insieme due esigenze contrapposte: difendere l’istituzione monarchica e prendere le distanze, in modo sempre più netto, da un membro ormai tossico della famiglia reale.
A rendere il quadro ancora più significativo è il fatto che, nel corso della stessa giornata, anche Principe William e Kate Middleton abbiano deciso di rompere il silenzio. Attraverso un portavoce di Kensington Palace, i principi di Galles si sono detti «profondamente preoccupati per le continue rivelazioni» contenute negli Epstein Files, aggiungendo che «i loro pensieri sono sempre dedicati alle vittime». Parole misurate, ma dal peso politico non indifferente, perché arrivano da chi, più di ogni altro, incarna il futuro della monarchia britannica.
La tempistica non è casuale. Il portavoce ha parlato mentre William atterrava a Riad per una visita ufficiale di tre giorni in Arabia Saudita, richiesta espressamente dal governo Starmer. Un viaggio delicato, che prevede incontri con il leader saudita Mohammed bin Salman e che punta a rafforzare i rapporti tra Regno Unito e Arabia Saudita non solo sul piano commerciale, ma anche su quello dell’intelligence e della cooperazione antiterrorismo. In altre parole, mentre il principe di Galles lavora a consolidare il profilo internazionale del Paese, a Londra la monarchia è costretta a fare i conti con una crisi reputazionale senza precedenti.
William e Kate non sono stati i primi a esporsi. Qualche giorno prima, durante un evento a Dubai, era stato Principe Edoardo, fratello di Carlo e Andrea, a rompere il ghiaccio. Alla domanda diretta sullo scandalo Epstein, il duca di Edimburgo aveva risposto senza esitazioni: «Bisogna pensare innanzitutto alle vittime». Una frase che, pur nella sua apparente neutralità, è suonata come una presa di distanza esplicita dal fratello caduto in disgrazia.
Nel frattempo, anche una parte della stampa britannica tradizionalmente più indulgente verso la Corona ha cambiato tono. Il Daily Mail, in un editoriale di prima pagina, ha esortato re Carlo a fare un passo ulteriore: «Il sovrano deve chiedere immediatamente scusa alle vittime del pedofilo americano». Un appello che fotografa il clima sempre più pesante intorno a Buckingham Palace e la crescente difficoltà di mantenere una linea difensiva fondata sul silenzio e sulla gradualità.
Le contestazioni pubbliche non aiutano. Dopo gli episodi della settimana scorsa, anche nelle ultime ore il sovrano è stato nuovamente messo sotto accusa durante un’uscita ufficiale. A Clitheroe, nel Lancashire, un cittadino gli ha gridato: «Per quanto tempo hai saputo delle malefatte di Andrea?». Una domanda secca, pronunciata davanti alle telecamere, che sintetizza il sentimento di una parte dell’opinione pubblica: non basta aver punito Andrea a posteriori, togliendogli titoli, incarichi e residenza. La questione è cosa si sapesse prima, e chi abbia scelto di guardare altrove.
Ma lo scandalo Epstein non sta travolgendo solo la monarchia. Anche il governo Starmer appare sempre più accerchiato. Dopo la caduta dell’ex ambasciatore Peter Mandelson, coinvolto negli Epstein Files per la sua amicizia con il finanziere americano, e l’uscita di scena del potentissimo consigliere Morgan McSweeney, nelle ultime ore si è dimesso anche il capo della comunicazione di Downing Street, Tim Allan. Un altro esponente di primo piano dell’area blairiana, legato a Mandelson, che prima di lasciare l’incarico ha dichiarato con una punta di ironia amara: «Auguro il meglio al nuovo team di Number 10». Poche ore dopo, la sua immagine WhatsApp recitava: «Sono fuori ufficio, a giocare a golf!».
Il primo ministro prova a resistere. Oggi Sir Keir ha smentito con decisione le voci su un suo passo indietro, rivolgendosi allo staff rimasto a Downing Street con un discorso che suona come un tentativo di rilancio politico e morale. «Abbiamo un dovere pubblico», ha detto. «La cosa che mi fa più arrabbiare è l’indebolimento della convinzione che la politica possa essere una forza per il bene e possa cambiare le vite». Starmer ha ammesso l’errore nella nomina di Mandelson, spiegando: «Sono stato assolutamente chiaro nel dire che mi pento della decisione che ho preso di nominare Mandelson. E mi sono scusato con le vittime».
Poi il tentativo di guardare avanti: «In pochi mesi inizieremo il lavoro per far uscire mezzo milione di bambini dalla povertà. È una cosa enorme per questo Paese. Dobbiamo dimostrare che la politica possa essere una forza per il bene». Parole ambiziose, che però faticano a trovare spazio in un clima da fine corsa.
Tra Buckingham Palace e Downing Street, il filo rosso resta lo stesso: lo scandalo Epstein ha scoperchiato fragilità profonde, mettendo in discussione non solo singole responsabilità, ma interi sistemi di potere basati sulla protezione reciproca e sul rinvio continuo delle domande scomode. Re Carlo prova ora a segnare una linea di discontinuità, offrendo collaborazione alle autorità e lasciando che i membri più esposti della famiglia parlino. Ma il tempo delle mezze frasi sembra finito.
La domanda, a questo punto, non riguarda più soltanto il destino del principe Andrea. Riguarda la capacità della monarchia e del governo britannico di reggere a una crisi che non è più solo giudiziaria o mediatica, ma profondamente politica e morale. E la sensazione diffusa è che, per entrambi, i giorni più difficili non siano ancora alle spalle.







