Per Giorgia Meloni la Groenlandia non è una notizia da esteri: è una prova di nervi. Un dossier che sembra scritto apposta per metterla in difficoltà, perché costringe l’Italia a fare ciò che Roma odia fare quando le cose si complicano: scegliere. Scegliere tra Bruxelles e Washington, tra la linea europea e l’istinto atlantista, tra l’ambizione di contare e la tentazione di non farsi notare.
E infatti la scelta, almeno per ora, è quella più prudente: nessun militare italiano a integrare il contingente europeo sull’isola artica, territorio autonomo della Danimarca. Una decisione che arriva mentre Francia, Germania, Norvegia e Svezia hanno già deciso di inviare uomini sul terreno per segnare, in modo visibile e non negoziabile, una linea rossa che gli Stati Uniti non dovrebbero oltrepassare.
Il punto è che “Arctic Endurance” non viene percepita come un’esercitazione qualsiasi. È un messaggio politico con l’elmetto in testa. Il primo gesto concreto con cui l’Europa tenta di rispondere agli atteggiamenti sempre più assertivi di Donald Trump sulla Groenlandia, vista come un pezzo decisivo della scacchiera geopolitica: rotte artiche, interessi militari, presenza strategica, controllo di un’area che negli ultimi anni è diventata una calamita per le grandi potenze.
Meloni, da tempo, ha impostato una linea che si regge su una convinzione: Trump va gestito, non sfidato. Il ragionamento è semplice e, dal punto di vista politico, persino comprensibile: l’Italia non può permettersi una rottura con Washington, soprattutto con una Casa Bianca che ragiona per impulsi e rapporti di forza. Meglio allora tenersi in equilibrio, evitare gesti simbolici che possano essere letti come “anti-americani”, e sperare che la pressione europea resti dentro i binari della diplomazia, senza trasformarsi in uno scontro frontale.
Ma proprio l’arrivo delle truppe europee sull’isola cambia i termini della partita. Perché quando i soldati scendono a terra, anche se si parla di “esercitazione”, il messaggio non è più solo diplomatico: diventa fisico. È come dire: non è una discussione teorica, qui si misura la volontà di difendere un confine politico prima ancora che geografico.
E allora l’assenza italiana pesa. Non solo sul piano internazionale, ma anche nella narrazione: mentre altri Paesi mettono uomini, Roma mette parole. E, in questo tipo di crisi, le parole spesso vengono lette come un modo elegante per non sporcarsi le mani.
Da Tokyo, dove la premier è atterrata e dove sarà impegnata in un bilaterale con la premier giapponese Sanae Takaichi per rafforzare il partenariato strategico tra Italia e Giappone, Meloni proverà a spiegare la scelta. Il contesto è quello di una visita che ha obiettivi economici e diplomatici, ma la realtà è che la Groenlandia rischia di rubare la scena: perché è uno di quei casi in cui l’Europa chiede presenza, non solo dichiarazioni.
Il problema, però, non è soltanto esterno. È interno. E qui la vicenda diventa ancora più delicata.
Come già accaduto con il dossier Ucraina, anche in questo caso pesa la variabile politica domestica, quella che a Palazzo Chigi viene sempre misurata con attenzione: la Lega. Matteo Salvini e il suo partito sono sempre più riluttanti a qualsiasi impegno militare all’estero, e l’idea di mandare soldati in un teatro così simbolico, proprio mentre Trump alza i toni, sarebbe benzina sul fuoco di un confronto nella maggioranza che Meloni vuole evitare a ogni costo.
Non è solo un tema ideologico: è un tema di calendario. L’anno che porta alle elezioni è quello in cui i partiti smettono di essere alleati e tornano a fare i concorrenti, anche restando nello stesso governo. E un’operazione militare, per quanto limitata, diventerebbe subito un’arma politica: “guerrafondai” da una parte, “inermi” dall’altra. Meloni lo sa e, come spesso accade, preferisce disinnescare il tema prima che esploda.
Il risultato è una strategia difensiva: restare in equilibrio. Non esporsi. Guadagnare tempo. Tenere aperti i canali con Washington e non irritare Bruxelles oltre il necessario. Il classico ruolo del “pontiere”, che sulla carta fa sempre bella figura, ma che nella pratica rischia di trasformarsi in un’etichetta tossica: quello che non decide mai.
Perché in politica estera l’ambiguità non è sempre una virtù. Anzi: spesso viene interpretata come debolezza. E la debolezza, nella partita artica, è un invito a spingere.
In più c’è un aspetto che rende tutto più imbarazzante per l’Italia: il rischio di apparire come il Paese che si aggrappa alla Nato solo quando conviene, ma che si smarca quando l’Europa chiede di metterci la faccia. Un’immagine che, per un governo che ha costruito molta della propria identità sulla parola “sovranità”, suona come un cortocircuito. Perché la sovranità, quando si gioca sullo scacchiere internazionale, richiede anche assunzione di responsabilità.
E allora la Groenlandia diventa il simbolo di una contraddizione: Roma vuole contare, ma senza pagare. Vuole stare al tavolo, ma senza mettere fiches. Vuole essere alleata, ma senza rischiare.
Il punto è che il tempo, in queste crisi, non è neutrale. Ogni giorno in cui l’Italia resta fuori, la decisione diventa più politica e meno tecnica. E ogni giorno in cui l’Europa mostra i muscoli, la scelta italiana appare meno “prudente” e più “timida”. Non a caso, l’operazione è dichiaratamente aperta ad altri contributi degli Stati membri: un invito che, per l’Italia, assomiglia sempre di più a una domanda diretta.
Per Meloni, insomma, non è solo una questione di soldati. È una questione di posizione. Dove sta l’Italia quando il confronto tra Stati Uniti ed Europa smette di essere teorico e diventa concreto? Con chi sceglie di stare, quando non si può stare con tutti?
La premier, fin qui, ha puntato sull’equilibrismo. Ma la Groenlandia è uno di quei dossier che non perdonano l’equilibrismo troppo a lungo. Perché prima o poi qualcuno ti costringe a scendere dalla fune. E quando succede, non conta più quanto sei stata brava a restare in bilico: conta solo dove atterri.







