La Groenlandia torna a essere un punto rosso sulla mappa del potere. Non per una crisi improvvisa, ma per una tensione che cresce a strati, tra dichiarazioni, posture militari e messaggi diplomatici calibrati al millimetro. Mette Frederiksen, la premier danese, è volata a Nuuk, la capitale minuscola e strategica dell’isola artica, arrivando direttamente da Bruxelles, dove in mattinata aveva incontrato Mark Rutte, segretario generale della Nato. Un passaggio che, nelle parole della premier danese, non è stato protocollare: è stato urgente. Anche perché, nelle stesse ore, hanno pesato le affermazioni di Donald Trump, che giovedì avrebbe sostenuto che la Nato gli avrebbe garantito un accesso “totale e permanente” alla Groenlandia. Una frase che, da sola, basta a cambiare l’aria in una regione dove l’aria pesa già per definizione.
Frederiksen, al termine dell’incontro con Rutte, ha scelto la linea della fermezza istituzionale: la Nato, ha detto, deve aumentare il suo impegno nell’Artico, perché “difesa e sicurezza” riguardano tutti. Detto così, sembra una formula. Ma nel contesto attuale suona come un avvertimento: l’Artico non è più periferia, è frontiera. E se diventa frontiera, ogni parola si traduce in posture, piani, movimenti.
A Nuuk, la premier non ha indossato la maschera della rassicurazione facile. Accolta in aeroporto dal premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, ha parlato subito di “prossimi passi” e di “situazione grave”. «Sono qui per preparare i prossimi passi. Stiamo affrontando una situazione grave e abbiamo bisogno di essere molto vicini in questo periodo. Ora c’è un percorso diplomatico e politico che seguiremo, ed è a questo che lavoriamo insieme oggi», ha detto, evitando accuratamente di dichiarare “crisi rientrata” o di rispondere alle domande più insistenti dei giornalisti. Il messaggio, però, è arrivato lo stesso: non è finita, e nessuno a Copenaghen intende far finta che lo sia.
Il punto è che, mentre la diplomazia parla a mezza voce, la dimensione militare sembra essersi già attrezzata per l’ipotesi peggiore. La tv pubblica danese DR rivela infatti un dettaglio che sposta l’intera vicenda su un livello più ruvido: l’8 gennaio ai militari danesi inviati in Groenlandia sarebbe stato dato l’ordine di essere pronti a combattere e a resistere a un eventuale tentativo d’invasione americana. Un ordine sintetizzato, secondo la ricostruzione, in una formula brutale: “Prima sparate, poi fate domande”.
È un passaggio che, al di là delle sfumature, descrive un clima. La Groenlandia è un territorio autonomo, ma fa parte del Regno di Danimarca. L’idea stessa che venga evocato uno scenario d’invasione da parte di un alleato storico è, politicamente, una frattura. E militarmente è un incubo che non si gestisce con comunicati rassicuranti.
Il contingente danese è ufficialmente inserito nell’esercitazione “Arctic Endurance”, guidata dalla Danimarca. Ma, sempre secondo quanto riportato, i fucili sarebbero stati caricati con munizioni vere e i soldati avrebbero portato con sé equipaggiamento pesante. DR parla anche di un piano in più fasi, finora mantenuto segreto, che includerebbe, se necessario, l’invio di ulteriori forze e mezzi. Per ora i militari restano dislocati nei due principali centri dell’isola, Nuuk e Kangerlussuaq. Le forze armate di Copenaghen, in un post sui social, spiegano che la presenza serve a mantenere e rafforzare le capacità operative nell’Artico e a svolgere esercitazioni con alleati francesi. Il tono, a leggere quei messaggi, prova perfino a ironizzare, con quel “White is the new black” sulle mimetiche artiche. Ma l’ironia, qui, è una mano di vernice sopra una preoccupazione che non si può cancellare.
A rendere più chiaro lo stato d’animo locale è un altro dettaglio: mercoledì il premier groenlandese Nielsen ha diffuso una brochure con un invito pratico ai cittadini, quello di fare provviste sufficienti per almeno cinque giorni per affrontare eventuali crisi. Senza citare esplicitamente Trump, il messaggio è fin troppo leggibile: prepararsi non significa prevedere, ma non escludere. La brochure contiene anche consigli su come comportarsi in caso di blackout e interruzioni delle comunicazioni, che vengono indicati come il timore più grande. Non tanto l’invasione in senso classico, quanto l’isolamento. Un assedio tecnologico, logistico, energetico.
E qui la Groenlandia mostra la sua anatomia vera: un territorio enorme, con centri abitati non collegati da una rete stradale interna come la immaginiamo altrove. Invadere fisicamente l’isola, si sottolinea, sarebbe estremamente complesso. Ma isolare, spegnere, bloccare, rendere difficili i rifornimenti e le comunicazioni è uno scenario che, per chi ci vive, fa più paura della parola “invasione”, perché è plausibile e perché colpisce il quotidiano.
Nielsen, in questo quadro, ha ribadito una posizione netta: «Non importa quel che può succedere, la risposta continuerà a essere no». E poi una frase che fotografa perfettamente il paradosso dell’Artico contemporaneo: «Non ci aspettiamo una crisi. Solo, non la escludiamo». È un equilibrio sottile, quasi impossibile: dire che non ci si aspetta lo scontro, ma che ci si prepara come se lo scontro fosse possibile.
È su questa linea che Frederiksen prova a camminare: preparare “i prossimi passi”, tenere aperto il percorso diplomatico, ma senza lasciare l’isola sola, né politicamente né simbolicamente. E intanto la Nato discute di “aumentare l’impegno”, mentre i confini del discorso pubblico si spostano sempre più verso una domanda che, fino a poco tempo fa, sarebbe sembrata fantapolitica: quanto vale, oggi, una porzione di ghiaccio che in realtà è risorse, rotte, proiezione militare, futuro?
La Groenlandia resta lì, bianca e apparentemente immobile. Ma attorno si muovono interessi e potenze. E quando una televisione pubblica rivela un ordine di combattimento, la temperatura sale anche sotto zero.







