ICE, indietro tutta a Minneapolis: dopo due morti e giorni di paura Trump ordina la ritirata, ma avverte che “le deportazioni di massa continueranno”

Ice – Minnesota USA

Prima la stretta, poi la retromarcia. Minneapolis si sveglia con un annuncio che sa di resa tattica, non di passo indietro politico: l’operazione anti-immigrazione che ha trasformato il Minnesota in un campo di tensione permanente sta per finire. Lo dice, davanti ai giornalisti, l’uomo che alla Casa Bianca chiamano senza giri di parole lo “zar” dell’immigrazione: Tom Homan. E lo dice in una città dove, secondo il racconto dell’operazione, non sono rimaste soltanto le statistiche di arresti e controlli, ma anche due morti e una frattura pubblica che ha costretto Washington a cambiare marcia.

Homan mette la firma su quella che viene presentata come una conclusione concordata con il presidente. «Ho proposto di concludere questa operazione speciale e il presidente Trump ha acconsentito», dichiara in conferenza stampa a Minneapolis, spiegando che l’Operazione Metro Surge “sta volgendo al termine”. La parola scelta è chirurgica: non “annullata”, non “sospesa”. Finita perché, sostiene lui, il lavoro è stato fatto.
E infatti rivendica subito il risultato, con una formula pensata per restare in testa: «Come risultato dei nostri sforzi qui, il Minnesota non è più uno Stato santuario per i criminali».

Poi insiste sul frame della missione: «Siamo orgogliosi di aver eliminato le minacce alla sicurezza pubblica». Ma nello stesso respiro ammette anche che la perfezione non era parte del contratto: «Come ho affermato nella mia prima conferenza stampa un paio di settimane fa, il presidente Trump non mi ha mandato qui perché l’operazione fosse gestita e condotta in modo perfetto. Sono venuto qui per identificare i problemi e attuare soluzioni volte a migliorare l’esecuzione della nostra missione».

È un modo elegante per dire che qualcosa, lì, è deragliato. Perché Minneapolis, negli ultimi giorni, è stata tutto tranne che un’operazione “pulita” agli occhi di chi protestava: tensioni in strada, accuse incrociate, timori tra le comunità colpite dai controlli. E soprattutto un punto di non ritorno: l’uccisione di due manifestanti anti-Ice, Renee Good e Alex Pretti, che – secondo la ricostruzione contenuta negli atti riportati – aveva scatenato critiche feroci contro la Casa Bianca.

Nel racconto operativo, è in quel contesto che Homan entra in scena come commissario politico della crisi, il 26 gennaio, in seguito all’uccisione di due manifestanti anti-Ice, Renee Good e Alex Pretti». E pochi giorni dopo, sempre secondo quanto riportato, era già arrivato un primo arretramento: «Il 4 febbraio Homan aveva annunciato il ritiro “immediato” di 700 agenti federali».

Ora il messaggio diventa “ritiro”, ma con il freno tirato a metà. Perché, mentre annuncia la fine dell’operazione speciale, chiarisce anche che non si tratta di svuotare lo Stato. Anzi. «Gli agenti dell’Ice resteranno in Minnesota», dice in modo netto, aggiungendo che «le operazioni hanno ottenuto il risultato che volevamo». E infila una precisazione destinata a disinnescare una delle paure più esplosive: «non ci sono stati arresti in “chiese, ospedali o scuole elementari”».

Il cuore politico della conferenza stampa, però, è un altro: la promessa di continuità. «Il presidente Trump ha promesso deportazioni di massa (di migranti, ndr), ed è quello che questo Paese avrà», scandisce Homan. Poi aggiunge, rivendicando legittimazione popolare: «Questo è ciò per cui hanno votato gli americani».

Per non lasciare spazio a interpretazioni, definisce anche le priorità: «Ma stiamo dando la priorità a coloro che rappresentano la minaccia più grave per la nostra comunità: gli stupratori, gli assassini, i pedofili. È la cosa giusta da fare».
È qui che la “ritirata” smette di sembrare un ripensamento e torna a essere una manovra: alleggerire la pressione dove la miccia è diventata troppo corta, senza mollare la linea generale. Una parte degli agenti se ne va, alcuni restano, la parola “fine” riguarda solo l’operazione in Minnesota, non la dottrina che l’ha generata.

Minneapolis, intanto, si ritrova con una domanda sospesa nell’aria: se “gli obiettivi” sono stati raggiunti, perché serviva cambiare passo? E se l’operazione era “speciale”, perché lascia comunque un presidio? Homan, almeno, ha scelto di non addolcire il finale: la città può anche tirare un respiro, ma la macchina – quella, a Washington, è già ripartita altrove.