Il mondo a due misure: dall’Ucraina a Gaza, fino a Caracas

La cattura di Maduro riapre la domanda antica sul potere americano: perché punire alcuni e proteggere altri? Tra guerre, basi militari e petrolio, emerge la verità scomoda di un impero che non vuole chiamarsi tale, mentre la giustizia continua a non essere uguale per tutti.

C’è sempre un rumore che annuncia la Storia. Il rombo dei caccia che attraversano il cielo di Caracas. Il lamento distante delle sirene in una città ucraina bombardata. Il pianto dei bambini tra le rovine di Gaza. E poi c’è un altro rumore, più sottile, come un sussurro amaro: quello delle parole che cambiano significato a seconda di chi le pronuncia. Guerra, libertà, sicurezza, diritti umani. Lo stesso vocabolario, ma ogni volta un dizionario diverso. Caracas si è svegliata nella notte con la Storia alla finestra. Un presidente catturato e portato via. Washington che parla di ordine, di democrazia, di ripristino della legalità. Il mondo che guarda, ancora una volta diviso fra l’applauso, l’indignazione e la stanchezza. E poi la domanda, quella che ritorna sempre e che colpisce come una pietra nell’acqua: chi decide quando la forza è giusta, e per chi? Quando la Russia invade l’Ucraina, è aggressione. E lo è davvero. Quando Israele devasta Gaza, le parole diventano improvvisamente lente, esitanti, pudiche. E quando gli Stati Uniti rovesciano un governo in America Latina, ecco che la guerra smette di essere guerra e diventa missione di civiltà. Due pesi. Due misure. Due morali per lo stesso mondo.

Per capire davvero ciò che è accaduto a Caracas bisogna guardare indietro. Dopo il 1945 gli Stati Uniti emergono come potenza dominante e comincia una lunga catena di interventi, guerre, pressioni, sostegni occulti e operazioni dichiarate. La Guerra di Corea, la Guerra del Vietnam, la lunga stagione delle interferenze in America Latina, i colpi di Stato appoggiati o favoriti, le invasioni di Grenada e Panama, il sostegno ai Contras in Nicaragua, le ombre sulle crisi cilene e brasiliane. Il ruolo determinante e oscuro nelle stragi, negli omicidi,nella strategia della tensione, e nei misteri italiani.

Poi il nuovo secolo, con la Guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre e la Guerra in Iraq sotto l’accusa mai provata delle armi di distruzione di massa. E parallelamente la “guerra al terrorismo”, fatta di basi, droni, operazioni speciali sparse nel mondo. Non è un episodio. È una linea continua. Una traiettoria storica. Una visione del mondo.

E accanto a questa storia, cresce la geografia del potere. Basi militari statunitensi in Europa, in Asia, nel Medio Oriente, in Africa, nei Caraibi, nel Pacifico. Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Qatar, Bahrain, Kuwait, Gibuti, Curaçao e oltre. Una costellazione globale di piste, flotte, radar, comandi. Non è difesa. È presenza. È influenza. È controllo. È la spina dorsale di un impero moderno che non si chiama impero, ma lo è in ogni sua fibra. Un impero che interviene, sanziona, punisce, protegge. Che decide chi è un dittatore e chi no. Chi deve cadere e chi può restare. Chi merita la guerra e chi deve essere salvato dalla guerra.

E allora, ecco la domanda che brucia: perché Maduro sì e Netanyahu no? Perché Maduro sì e Putin no? Perché per Maduro si parla di narcotraffico, di criminalità internazionale, di minaccia globale, mentre per Netanyahu, di fronte a città rase al suolo e civili sterminati e travolti, ci si ferma sempre un passo prima? Perché Putin resta a Mosca e Maduro viene portato via da Caracas? Forse la risposta è semplice. Troppo semplice per non far male. Il petrolio. Le riserve immense del Venezuela. L’oro nero che ancora oggi orienta mappe, alleanze e guerre. Forse perché un protettorato energetico nel cuore del continente americano vale più di cento discorsi sulla democrazia. Forse perché la legge internazionale non è una tavola sacra, ma una rete elastica che si adatta alla convenienza di chi la tiene in mano. Forse perché l’Impero dev’essere nutrito ogni giorno, e l’odore del greggio vale più di mille dichiarazioni sulla libertà dei popoli.

Questo non assolve nessuno. Maduro ha rappresentato per anni un potere logorato, autoritario, inefficiente. Putin ha scatenato una guerra di aggressione. Hamas ha compiuto un massacro. Israele ha risposto con una furia disumana  che ha travolto innocenti. Non è una contabilità del sangue. È una domanda sulla giustizia. Perché la giustizia, se è vera, non indossa uniformi. Non sceglie tra alleati e nemici. Non pesa la vita umana secondo il valore del sottosuolo.

Viviamo invece in un mondo in cui la legge si piega al potere. Dove la coerenza è un lusso retorico. Dove ciò che è crimine per uno diventa legittima difesa per un altro. E quando i popoli capiscono che la giustizia è selettiva, smettono di crederci. Dove non si crede più alla giustizia, nascono fanatismi, rancori, odi. La violenza chiama altra violenza. Generazione dopo generazione.

Eppure, in mezzo a questo buio, resta una responsabilità civile. Dire la verità. Chiamare il potere con il suo nome. Ammettere che l’America è stata, ed è, una potenza imperiale. Che governa il mondo attraverso basi, moneta, tecnologia, cultura, forza militare. Che spesso predica la libertà e pratica l’interesse. E che l’Europa, troppo spesso, guarda e annuisce.

Si può amare la cultura occidentale, la sua libertà, la sua democrazia, e insieme pretendere che quelle parole valgano sempre. Per tutti. Si può essere amici e critici allo stesso tempo. Anzi, è l’unico modo onesto di esserlo.

Perché se l’invasione è un crimine, lo è dappertutto. Se le bombe sono una vergogna, lo sono in ogni cielo. Se la sovranità conta, conta anche a Caracas. Se la vita è sacra, lo è a Kiev, a Gaza, a Maracaibo. Non esistono vite di serie A e vite di serie B. Non esistono popoli destinati al salvataggio e popoli destinati al sacrificio. Dovrebbe esistere una sola misura. Una soltanto. Senza eccezioni. Senza ipocrisie. Perché altrimenti ogni valore diventa propaganda. E la propaganda, prima o poi, si trasforma in sangue.

Il mondo non ha bisogno di nuovi imperi. Ha bisogno di giustizia. Di quella vera. Quella che non guarda le bandiere. Quella che non odora di soldi e di petrolio. Quella che non ama la guerra. Quella che salva la vita umana per il solo fatto che è vita. Tutto il resto è rumore. E quel rumore, oggi, continua a ferire il cuore del mondo.

Francesco Vilotta