Il mondo fa paura. E non è una frase fatta: è la temperatura emotiva del continente quando alzi lo sguardo oltre il tuo pianerottolo, oltre il tuo mutuo, oltre la cronaca del giorno. Se l’era del grande caos ha un merito, è quello di aver reso più nitido ciò che prima veniva dato per scontato o, peggio, trattato come una seccatura burocratica: nel mezzo della tempesta, l’Europa torna a essere un appiglio. Non perfetto, non sempre rapido, spesso litigioso. Ma appiglio.
L’ultimo “barometro” del Parlamento europeo lo racconta con la freddezza dei numeri e la chiarezza brutale delle percentuali. Nel mese di novembre sono stati intervistati oltre 26mila cittadini del Vecchio continente e mille italiani. Il risultato è una fotografia doppia: da una parte un continente impaurito, dall’altra una fiducia crescente verso l’Unione. Come se, mentre tutto si sposta e cambia forma, la gente cercasse istintivamente il punto più solido della stanza.
Il primo dato che colpisce è quello sulle prospettive generali: in Europa prevale il pessimismo, con il 52% che si dichiara pessimista contro il 44% di ottimisti. In Italia, invece, il “mood” è meno cupo: 50% di ottimisti e 46% di pessimisti. Sembra quasi che la nostra tradizionale capacità di arrangiarci e di immaginare un domani migliore regga ancora, perfino quando la storia si diverte a cambiare le regole del gioco.
Ma l’ottimismo italiano si incrina quando si entra nel campo delle paure concrete, quelle che hanno un volto, un titolo, un video che gira in loop. Qui l’Italia vede più nero della media europea. Le percentuali tra l’83 e il 79 raccontano che i nostri concittadini hanno paura anzitutto delle guerre in prossimità dell’Ue, del terrorismo e dei disastri naturali aggravati dal cambiamento climatico. E poi, subito dietro, arrivano le altre inquietudini che non dormono mai: flussi migratori, attacchi informatici, odio online, minacce alla libertà di parola. È l’elenco dei timori di una società che non teme solo ciò che esplode, ma anche ciò che si insinua. Non solo la bomba, ma il rumore di fondo che corrode.
E allora succede una cosa interessante, quasi controintuitiva. Di fronte a tante angosce, la gente si dice comunque molto ottimista per il futuro della famiglia e di se stessa, e poi, in secondo ordine, per l’Ue. Più che per il futuro del proprio Paese o del mondo. È un rovesciamento psicologico che suona come una confessione: mi fido del mio cerchio stretto, poi mi fido della cornice europea, e solo dopo — molto dopo — del resto. In Italia questa tendenza è ancora più marcata, come se l’Europa fosse percepita non come un’entità distante, ma come una cintura di sicurezza che, quando l’auto slitta, ti ricorda perché esiste.
Il dato che sintetizza tutto è netto: il 67% degli italiani chiede un ruolo ancora maggiore dell’Unione nella protezione dei cittadini. Solo il 10% vorrebbe meno Europa. È una forbice che non lascia molto spazio alle interpretazioni. Quando la paura cresce, l’istinto non è “chiudiamoci”, ma “teniamoci insieme”. E, sempre secondo la rilevazione, in percentuali ancora più “bulgare” gli intervistati chiedono un’Unione più unita, con più mezzi e con una voce più forte a livello internazionale. Non è un dettaglio: significa che l’Europa non viene invocata come rassicurazione simbolica, ma come forza operativa. Come potenza civile e, se serve, anche come potenza concreta.
Su quali terreni dovrebbe rafforzarsi l’Ue? La bussola indicata dal sondaggio parla di Difesa e competitività. Non due parole qualsiasi: Difesa perché il continente ha smesso di credere che la pace sia un automatismo; competitività perché, nel caos globale, chi non corre resta indietro e poi paga il conto in bollette, salari, posti di lavoro. A queste aree si aggiunge la sanità, che per molti resta la misura più immediata della protezione: non il grande discorso geopolitico, ma il pronto soccorso sotto casa, l’accesso alle cure, la capacità di reggere una crisi senza andare in ginocchio.
E poi c’è la percezione del Parlamento europeo, la cartina di tornasole della vecchia narrativa sovranista. Per anni la battuta è stata sempre la stessa: “Strasburgo si occupa solo della misura delle banane”. Una formula perfetta, perché ti fa ridere e ti fa sentire più furbo di chi “sta lassù”. Peccato che, oggi, quella risata sembri non fare più breccia. La visione negativa del Parlamento dell’Ue è minoritaria: solo il 20% degli europei e il 16% degli italiani la esprime. Al contrario, ne ha una visione positiva il 38% degli europei e il 43% degli italiani. E c’è un’altra cifra che pesa come un messaggio politico: il 59% nel continente e il 67% nel nostro Paese vorrebbe che il Parlamento avesse un ruolo più importante.
La stessa tendenza emerge sulla percezione complessiva dell’Unione. “Meno male che l’Ue c’è”, dicono il 52% degli europei e il 62% degli italiani. Solo l’11% e il 12% la considera “un male”. È un ribaltamento rispetto a pochi anni fa, quando l’Europa poteva apparire ai più come un gigante lontano, un labirinto di sigle e regolamenti, un bersaglio troppo facile per chi voleva costruirsi consenso a colpi di slogan. Oggi, invece, nel cuore della paura, l’Ue viene letta come comunità che protegge dalle tempeste globali: una forza “prevedibile e leale”, per usare la definizione attribuita al presidente francese Emmanuel Macron. E in un mondo dove l’imprevedibilità è diventata un metodo, la prevedibilità assomiglia a un lusso.
Naturalmente, la fiducia non cancella le critiche, né scioglie le contraddizioni. Chiedere “più Europa” significa anche pretendere più efficienza, più chiarezza, più coraggio politico. Significa chiedere decisioni, non solo mediazioni; visione, non solo regolamenti; presenza internazionale, non solo comunicati. E qui sta il punto più interessante, quello che trasforma un sondaggio in una domanda aperta: se gli italiani e gli europei stanno dicendo che l’Unione è il loro punto fermo nel caos, l’Unione saprà reggere il peso di questa aspettativa senza diventare, di nuovo, il capro espiatorio perfetto alla prima scossa?







