L’aria, per una notte, era quella delle ore che precedono un ordine irrevocabile. Secondo quanto riportato dal “Wall Street Journal”, il Pentagono era pronto: il presidente era incline a ordinare un attacco contro l’Iran, aveva chiesto ai militari di prepararsi e, a Washington, gli ufficiali sarebbero andati a dormire aspettandosi la chiamata definitiva per colpire il giorno dopo. Poi, però, la chiamata non è arrivata. Il raid è rimasto nel limbo delle opzioni “sul tavolo”, quelle che in politica estera non muoiono mai davvero, ma che a volte vengono semplicemente rinviate in attesa di un contesto più favorevole.
La frenata, sempre stando al racconto ricostruito, nasce da un incastro di fattori che non si lasciano ridurre a una sola ragione. Dentro l’amministrazione si sarebbero scontrati “punti di vista alternativi e divergenti”, soprattutto sulla domanda che pesa più di tutte quando si parla di colpire un Paese: cosa succede dopo. Perché l’idea di uno strike “risolutivo” è una tentazione che dura lo spazio di un titolo, mentre la realtà, quasi sempre, pretende settimane, mesi, anni.
Il nodo principale, nelle valutazioni attribuite ai briefing d’intelligence, è la tenuta del regime. L’immagine che ne esce è quella di un apparato ancora “forte” e “compatto”, nonostante le difficoltà. Un attacco, quindi, non garantirebbe il cambio di scenario che spesso viene evocato come obiettivo implicito. E il “dopo” appare un terreno minato: l’opposizione viene descritta come “poco organizzata e divisa in mille correnti”, attraversata da divergenze ulteriori che rendono impossibile prevedere un’alternativa pronta a subentrare con stabilità. In questo schema, il rischio politico si somma a quello militare: entrare in una dinamica che non assomiglia a un colpo secco, ma a un trascinamento. L’idea, riportata nei ragionamenti circolati, è netta: se il presidente ha detto di voler “vincere”, qui “non esiste alcuna garanzia di vittoria” ed è alto il pericolo di finire in un conflitto logorante.
C’è poi la questione, più concreta e meno raccontabile, dei mezzi disponibili. Il dispositivo americano in Medio Oriente viene descritto come robusto: migliaia di uomini, rete di basi, capacità di tracciamento, caccia e unità navali in grado di lanciare dozzine di missili da crociera. Ma, nello stesso tempo, è uno schieramento considerato sufficiente per attuare raid, non per sostenere una manovra più ampia. E su questo si innesta un’altra paura: la rappresaglia. Nel quadro delineato, non basterebbe colpire, bisognerebbe anche reggere l’urto del contraccolpo, compreso il bisogno di munizioni e batterie antimissile per fronteggiare l’eventuale “sciame di vettori”. Sistemi costosi, numerosi, non infiniti.
In questo contesto si inseriscono anche i movimenti sullo scacchiere: viene citato lo spostamento della portaerei Lincoln dall’Asia verso l’Oceano Indiano, con arrivo previsto insieme ad altre navi lanciamissili. Un segnale di pressione e di deterrenza, ma anche la fotografia di un dispositivo che, per cambiare passo, avrebbe bisogno di tempo e di ulteriori trasferimenti di materiale dagli Stati Uniti e dall’Europa.
Sulla decisione di frenare avrebbero pesato pure gli alleati regionali. Arabia Saudita, Oman, Qatar e Turchia, tra appelli e tentativi di mediazione, avrebbero chiesto di evitare iniziative belliche capaci di far esplodere l’instabilità in tutta l’area: timore che nasce da esigenze nazionali, ma anche dalla consapevolezza che certe escalation non restano mai confinate. E poi c’è l’atteggiamento di Israele, letto – sempre nel racconto riportato – secondo interpretazioni diverse: chi sostiene che non avrebbe incoraggiato un attacco perché mancherebbero condizioni favorevoli e servirebbe tempo per rafforzare le difese; chi ritiene che, pur in un momento difficile per la teocrazia, ci sia scetticismo sugli effetti politici dei bombardamenti; chi evoca contatti indiretti per stabilire regole di ingaggio e abbassare la temperatura.
Il punto, alla fine, è che la rinuncia “per ora” non è una rinuncia definitiva. I collaboratori del presidente, si legge, continuano a ripetere che “tutte le opzioni restano aperte”. È la formula che tiene insieme due necessità opposte: mostrare che la Casa Bianca non arretra e, nello stesso tempo, evitare che una scelta irreversibile venga trascinata dall’inerzia di una notte in cui tutti “si aspettavano l’ordine finale”. In mezzo resta l’imprevedibilità della politica estera, e di chi la guida: un equilibrio tra forza esibita e prudenza calcolata, dove a volte il gesto più pesante è proprio quello che non si compie.







