Il volto duro delle retate di Trump: Gregory Bovino, lo “sceriffo” con radici calabresi che divide l’America

Ha un cognome che profuma di Sud Italia, un accento della Carolina del Nord e l’aria di chi sa perfettamente come funzionano le telecamere. Gregory K. Bovino è diventato il volto delle retate anti-immigrazione volute da Donald Trump nelle grandi città governate dai democratici: Chicago, Los Angeles, Minneapolis. Un uomo di confine, letteralmente, scelto per “normalizzare” quelle metropoli che l’amministrazione considera troppo indulgenti con i migranti.

Le sue radici affondano in Calabria. I bisnonni partirono nel 1909 da Aprigliano, provincia di Cosenza, direzione Pennsylvania, come migliaia di italiani in cerca di lavoro nelle miniere di carbone. Diventarono cittadini americani nel 1927, aggirando le nuove leggi restrittive sull’immigrazione grazie alla naturalizzazione del capofamiglia Michele, poi diventato Michael. Una storia di catene migratorie e di sogni americani non molto diversa da quella di tanti latinoamericani che oggi finiscono nel mirino delle sue operazioni.

Bovino, 55 anni, vive oggi in North Carolina e ama raccontare che, raggiunta l’età pensionabile – 57 anni – vorrebbe ritirarsi a coltivare un orto. Intanto però guida la “Green Machine”, come chiama la Border Patrol, con piglio da comandante in guerra. Laurea alla Western Carolina University nel 1993, specializzazione alla Appalachian State University, ingresso nella Border Patrol nel 1996 con destinazione El Paso, Texas. Nel 2008 diventa vice capo del settore a Yuma, Arizona, e nello stesso anno agente responsabile di una stazione in California. Una carriera lineare, sempre più esposta, fino alla promozione a “Commander at large”, titolo che usa con orgoglio.

Il problema è lo stile. Bovino ama un’estetica marziale, talvolta inquietante. Più volte è stato immortalato con un braccio teso che sa tanto di saluto nazista. Si è fatto confezionare una divisa su misura con cappotto lungo che molti hanno paragonato alle uniformi delle SS. Lui non arretra: dice che è “totalmente appropriata” al ruolo, ma le polemiche sulle sue presunte simpatie estremiste non si sono mai spente.

Già quando era capo del settore di El Centro, in California, cercava l’attenzione mediatica. Invitò i reporter a filmarlo mentre nuotava a rana in un canale d’irrigazione dell’Imperial Valley per dimostrare quanto fossero pericolose le correnti per i migranti. Si vantò di aver costruito un secondo muro parallelo alla barriera di Trump a Calexico, definendolo un messaggio ai “bad guys del south side”. Peccato che quel muro, presentato come un’opera strategica, misurasse appena 0,15 miglia. Ora gira per le città lontane dal confine, circondato da telecamere, e non sembra dispiacergli il ruolo di protagonista. Jenn Budd, ex agente della Border Patrol e sua feroce critica, lo ha definito “il Liberace della Border Patrol” per il comportamento flamboyant e la smania di visibilità. “È un piccolo Napoleone che vuole farti credere di essere l’eroe morale del Paese, ma per lui è tutto uno show”, ha detto.

Bovino replica con il linguaggio della missione: “Rendere sicuro il confine è una mia responsabilità personale”, ha dichiarato in un podcast del 2021. Ripete spesso che “ciò che accade al confine non resta al confine”, mantra utile a giustificare le incursioni nelle metropoli del Midwest. La sua biografia però è segnata da ombre profonde. Nel 1981 il padre Michael, ubriaco, uccise una giovane donna in un incidente stradale a Blowing Rock, North Carolina. Fu condannato per “death by motor vehicle” e passò quattro mesi in carcere. Un paradosso doloroso per chi oggi indica i migranti irregolari come pericolo stradale e morale.

A scuola Bovino era un lottatore tenace ma non brillante. Il suo allenatore ricorda la passione per i serpenti e un carattere loquace, poco compatibile – dice – con l’immagine del poliziotto inflessibile. Eppure la carriera lo ha trasformato in un simbolo politico. Nel 2020 tornò a El Centro come capo settore, vantandosi di politiche di “conseguenze” che avrebbero ridotto gli attraversamenti. Le associazioni per i diritti civili lo accusano invece di metodi spietati. Un giudice federale di Chicago ha stabilito che mentì sull’essere stato colpito da una pietra prima di usare gas lacrimogeni contro manifestanti.

Nel suo paese natale, quando le squadre federali sono apparse all’improvviso, molti sono rimasti scioccati. I cantieri chiusi, i chioschi di tacos abbassati, la paura tra i lavoratori stagionali: lo stesso copione visto a Chicago. “È vergognoso, viene da queste montagne e ora fa questo alla nostra gente”, ha detto una manifestante. Eppure c’è chi lo sostiene. Alcuni giovani dell’Imperial Valley vedono in lui l’uomo dell’ordine. “C’è gente qui che ha votato per le deportazioni”, racconta un commerciante di Calexico.

Bovino si descrive come difensore di “Ma and Pa America”, l’America semplice minacciata dai cattivi oltre confine. Ma la sua storia personale racconta altro: un nonno arrivato grazie alle stesse catene migratorie che oggi vuole spezzare, un Paese che ha accolto i suoi avi e ora chiude la porta ai nuovi arrivati. Tra un’intervista e un blitz, lo “sceriffo” di Trump continua a recitare la parte. Ma dietro il cappotto scuro e le pose da comandante delle SS resta l’enigma di un uomo diviso tra origini italiane, tragedie familiari e un presente da protagonista di una guerra politica permanente.