Per mesi il presidente Trump ha alzato la voce con mezzo mondo, usando i dazi come clava politica ed economica. Tariffe contro la Cina, contro il Canada, contro il Messico, contro chiunque fosse accusato di “approfittarsi” degli Stati Uniti. Una linea dura, rivendicata come difesa dell’interesse nazionale. Ora quella strategia viene smontata dalla Corte Suprema con un verdetto che pesa come un macigno: sei giudici contro tre, uso improprio dei poteri esecutivi, dazi illegittimi.
La decisione segna una bocciatura sostanziale dell’impianto economico costruito attorno all’idea dell’emergenza permanente. Il presidente aveva invocato l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 per giustificare tariffe generalizzate, sostenendo che il deficit commerciale e la crisi del fentanyl costituissero minacce straordinarie. Ma secondo la maggioranza dei giudici quella legge non autorizza a imporre dazi su larga scala: la competenza sulle tariffe resta al Congresso.
Il voto è stato netto e politicamente significativo. Alla maggioranza si sono uniti anche esponenti dell’area conservatrice, tra cui il chief justice John Roberts. Un segnale chiaro: i poteri presidenziali hanno un limite, e quel limite è scritto nella Costituzione.
La sentenza cancella i cosiddetti dazi “reciproci”, che arrivavano fino al 34% per la Cina e al 10% come base per molti altri Paesi, e blocca la tariffa del 25% imposta nell’ambito della “guerra al fentanyl” su beni provenienti da Canada, Cina e Messico. Restano invece in piedi le tariffe su acciaio e alluminio, adottate con strumenti normativi diversi. Ma il cuore della strategia commerciale viene dichiarato fuori legge.
Il paradosso è evidente. La linea aggressiva doveva proteggere l’economia americana. In realtà ha generato tensioni diplomatiche, incertezza per le imprese, rincari lungo le catene di approvvigionamento e timori sui prezzi al consumo. Con la bocciatura della Corte si apre ora una fase di caos normativo: aziende che avevano riorganizzato forniture e investimenti sulla base delle nuove tariffe si trovano improvvisamente davanti a uno scenario ribaltato.
I mercati hanno reagito con sollievo immediato. Wall Street è passata in positivo, le borse europee hanno accelerato. Ma l’euforia finanziaria non cancella l’effetto sistemico. Per mesi le imprese americane hanno operato in un clima di scontro commerciale permanente, con costi più alti e margini compressi. Molte di quelle tensioni non scompaiono con una sentenza.
Dal punto di vista politico, il colpo è pesante. Se la Casa Bianca vorrà riproporre misure simili dovrà passare dal Congresso, affrontando un dibattito parlamentare e numeri che non sono scontati. La stagione dei decreti usati come strumento di pressione commerciale subisce così un brusco stop.
Il presidente ha parlato di sentenza “vergognosa”. Ma il nodo non è retorico, è istituzionale. La Corte ha stabilito che l’emergenza non può diventare una scorciatoia per riscrivere le regole del commercio internazionale. Nel frattempo, a pagare l’incertezza sono le imprese che esportano, quelle che importano componenti strategici e, in ultima analisi, i cittadini americani. Per l’economia degli Stati Uniti si apre ora una fase delicata, in cui le scelte muscolari dei mesi scorsi rischiano di trasformarsi in un boomerang.







