La grande sconfitta di Donald Trump a Minneapolis: Bovino sacrificato, frenata sull’Ice e crepe nell’asse Maga

Minneapolis diventa il punto di rottura. Non solo per la morte di Alex Pretti, ma perché è lì che la linea dura di Donald Trump sull’immigrazione mostra improvvisamente il conto politico. La notizia, anticipata da The Atlantic, è di quelle che fanno rumore: Gregory Bovino, comandante del Border Patrol e volto mediatico della stretta anti-migranti, viene rimosso dal suo incarico operativo. Ufficialmente tornerà a El Centro, in California, e andrà presto in pensione. Ufficiosamente, è un passo indietro che somiglia molto a una resa tattica.

Washington prova a spegnere l’incendio. Il Dipartimento per la Sicurezza interna smentisce la rimozione, la vicesegretaria Tricia McLaughlin parla di Bovino come di «una parte fondamentale della squadra del presidente». Ma le smentite arrivano sempre dopo, mai prima. E soprattutto arrivano mentre Bovino lascia Minneapolis insieme ai suoi uomini e mentre la Casa Bianca cambia tono, ritmo e interpreti.

Negli ultimi sette mesi Bovino è stato il simbolo vivente della politica trumpiana sull’immigrazione. Non un semplice comandante, ma una star Maga. Ha girato gli Stati Uniti con una troupe televisiva al seguito, da Chicago a Charlotte, da New Orleans a Minneapolis, usando i social come clava contro i sindaci democratici e contro le città santuario. Un ruolo fuori da ogni schema, spesso fuori dalla catena di comando, che da tempo irritava funzionari dell’Ice e del Cbp. Minneapolis è stata la miccia.

Le sue dichiarazioni dopo l’uccisione di Pretti hanno fatto esplodere tutto. Sostenere che il Secondo Emendamento non si applicasse alla vittima, parlare di un presunto “massacro imminente” di agenti federali, definire Pretti una minaccia interna: parole che hanno innescato una tempesta politica e mediatica. A peggiorare il quadro ci ha pensato Kristi Noem, che ha etichettato Pretti come “terrorista interno”, irritando non solo i democratici, ma anche una parte crescente dell’establishment repubblicano.

La Casa Bianca, secondo diverse ricostruzioni, non ha gradito. Non tanto per un improvviso ripensamento morale, quanto per il disastro comunicativo. Minneapolis è diventata il simbolo di una repressione percepita come fuori controllo. E Trump, che fiuta l’aria prima dei sondaggi, ha iniziato a correggere la rotta. Non a caso, al posto di Bovino arriva Tom Homan, lo “zar dei confini”: falco sull’immigrazione, sì, ma tecnico, meno ideologico, meno esibizionista. Uno che risponde direttamente al presidente e che, dettaglio non irrilevante, nel 2015 ricevette un riconoscimento da Barack Obama.

La svolta matura in poche ore. Trump parla con il governatore del Minnesota Tim Walz, definito in passato “gravemente incompetente”, e con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey. Il tono cambia. Si parla di “progressi importanti”, di inchieste basate sui fatti, di possibile ritiro degli agenti federali. DHS e Minnesota Bureau of Criminal Apprehension lavoreranno insieme. Non è una resa, ma è una frenata evidente.

I numeri spiegano perché. Secondo un sondaggio Reuters-Ipsos, il 53% degli americani non approva la politica migratoria di Trump, contro un 39% favorevole in calo. Anche tra i repubblicani la luna di miele con le deportazioni aggressive si sta incrinando. Un rilevamento Economist-YouGov segnala che il 19% degli elettori conservatori vorrebbe addirittura lo smantellamento del corpo di sicurezza creato dopo l’11 settembre. Segnali impensabili fino a pochi mesi fa.

Intanto i democratici preparano l’affondo. Alla Camera si lavora a un’indagine su Kristi Noem che potrebbe aprire la strada a una procedura di impeachment, pur sapendo che con un Congresso a maggioranza repubblicana difficilmente arriverà in porto. Il messaggio però è chiaro: Minneapolis non verrà archiviata come un incidente. È una ferita politica che continuerà a sanguinare.

La crisi sta già producendo effetti collaterali. Chris Madel ha rinunciato alla candidatura Gop per governatore del Minnesota denunciando la “vendetta federale” contro lo Stato. Un gesto simbolico, ma rivelatore del malessere che serpeggia anche dentro il Partito repubblicano. Trump non intende rinunciare ai rimpatri, che restano una pietra miliare della sua agenda, ma ora prova a incorniciarli in una strategia più presentabile.

La nuova linea prevede tre passaggi: consegna alle autorità federali dei criminali stranieri incarcerati, collaborazione delle forze locali con l’Ice e assistenza alle operazioni contro immigrati irregolari accusati di crimini violenti. In cambio, la possibile riduzione della presenza federale. È un tentativo di rimettere ordine dopo il caos, di tornare al controllo del messaggio dopo che Minneapolis lo ha travolto.

In questo quadro, la parabola di Bovino appare come un sacrificio politico. Troppo visibile, troppo radicale, troppo ingombrante. Un simbolo che funzionava finché galvanizzava la base Maga, ma che è diventato tossico quando ha iniziato a spaventare il centro dell’elettorato e a fornire munizioni agli avversari. Washington può anche smentire formalmente la sua rimozione, ma il fatto che lasci il campo e venga sostituito dice molto più di qualsiasi comunicato.

Minneapolis resta una città stremata, attraversata da proteste e tensioni, ma determinata a non piegarsi. Per Trump, invece, è una sconfitta politica netta: non perché abbia rinunciato alla sua linea, ma perché è stato costretto a correggerla sotto pressione. E per un presidente che ha costruito il proprio mito sull’idea di non arretrare mai, è forse la ferita più profonda.