Per il presidente Donald Trump potrebbe essere uno dei passaggi più delicati alla Casa Bianca. Venerdì la Corte Suprema degli Stati Uniti si è pronunciata contro la sua politica sui dazi, segnando una battuta d’arresto significativa su uno dei pilastri della sua strategia economica. Ma accanto al verdetto giudiziario, si è aperto un fronte politico e mediatico che coinvolge direttamente uno dei membri chiave dell’amministrazione.
Al centro delle polemiche c’è il segretario al Commercio Howard Lutnick, per trent’anni amministratore delegato della società finanziaria Cantor Fitzgerald. Dopo l’ingresso nell’amministrazione Trump lo scorso anno, Lutnick ha ceduto il controllo operativo dell’azienda ai figli. Una scelta formale di separazione che ora viene scrutinata alla luce di alcune ricostruzioni giornalistiche.
A luglio la testata Wired aveva riportato che Cantor Fitzgerald stava “scommettendo contro” i dazi voluti dal presidente. Secondo il report, documenti ottenuti dalla redazione mostrerebbero che la società avrebbe acquistato i diritti ai rimborsi dei dazi da parte di aziende colpite dalle tariffe, pagando tra il 20% e il 30% di quanto queste avevano versato. In sostanza, l’operazione avrebbe implicato una scommessa sull’eventuale annullamento dei dazi in tribunale, con un potenziale ritorno stimato tra tre e cinque volte l’investimento iniziale.
Dopo la sentenza della Corte Suprema, alcuni commentatori hanno rilanciato la notizia sostenendo che la famiglia di Lutnick sarebbe pronta a trarre ingenti profitti dalla decisione. Cantor Fitzgerald ha però respinto ogni addebito. “Come già dichiarato in precedenza, Cantor può confermare che non opera nel posizionamento di rischi, nell’assunzione di posizioni o nella facilitazione di operazioni relative a contenziosi sulla legalità dei dazi statunitensi”, ha affermato un portavoce della società.
Un alto dirigente bancario, citato da Semafor, avrebbe riferito che Cantor aveva valutato il prodotto finanziario legato ai rimborsi, decidendo però di non procedere proprio a causa delle sensibilità politiche. Una versione che, se confermata, ridimensionerebbe l’ipotesi di un conflitto diretto, ma che non ha placato le polemiche.
Sui social, il giornalista Adam Cochran ha scritto: “Se state tenendo il conto, questo è il 53° schema con cui un funzionario di Trump trae profitto da una politica governativa o sottrae denaro ai contribuenti americani”. Kevin Paffrath, agente immobiliare e analista politico con centinaia di migliaia di follower su X, ha aggiunto: “Per ogni 100 dollari investiti, i figli di Lutnick hanno appena guadagnato tra 3 e 5 volte tanto. Benvenuti nell’America della corruzione clientelare”.
Al momento non risultano contestazioni formali né indagini aperte su Lutnick o sulla società. Tuttavia, la coincidenza tra la pronuncia della Corte Suprema e le indiscrezioni sui possibili profitti alimenta il dibattito sul tema dei conflitti d’interesse nell’amministrazione federale. Per il presidente, già impegnato a difendere la legittimità della sua politica commerciale, la vicenda rischia di trasformarsi in un ulteriore terreno di scontro politico e mediatico.







