L’arresto dell’ex principe Andrea e l’archivio Epstein: il mattoncino che fa crollare il sistema o il capro espiatorio perfetto per salvare il Re?

Epstein e Trump

L’arresto dell’ex principe Andrea in Inghilterra assomiglia a quei momenti in cui la cronaca smette di essere un racconto e diventa un rumore secco, una porta che sbatte. Sei auto della polizia all’alba: non la coreografia delle dimissioni, non l’eleganza degli “incarichi riconsiderati”, non il linguaggio ovattato delle monarchie e dei palazzi. Il gesto è quello che si riserva a un criminale. Ed è qui che, inevitabilmente, l’immaginazione corre a un’altra alba, a un altro “prelievo” che nella memoria italiana è rimasto come un’origine: Mario Chiesa al Pio Albergo Trivulzio. Il “mariuolo” che, spostato di colpo, fece saltare un sistema.

Ma siamo davvero davanti al mattoncino che produce il crollo? O piuttosto davanti all’offerta al pubblico ludibrio di un regale capro espiatorio, appariscente quanto ininfluente? Un bersaglio perfetto per la folla e perfetto anche per chi, dietro, ha interesse a chiudere la partita con un colpevole spendibile e una verità addomesticata.

Di certo, dentro la “collezione Epstein”, la più completa raccolta di campioni dell’élite, si spegne uno dei connotati più detestati: l’impunità. Finora, attorno a quel nome, c’erano state cadute controllate: dimissioni, allontanamenti, reputazioni martoriate e poi ricucite. Mai, però, la scena frontale dell’alba e delle volanti. Mai la rappresentazione cruda della vulnerabilità del rango.

Eppure, anche qui, la giustizia fa i suoi giri strani. L’accusa è di abuso, sì, ma “di ufficio”: non sessuale. Sembra un dettaglio tecnico, invece è un indizio del modo in cui i sistemi vengono toccati quando non possono essere colpiti in pieno: si afferrano dai bordi, si cerca la presa dove c’è. E poi? Ci si ferma? Si prosegue? Molto dipende da una variabile che nessuna toga controlla davvero: la percezione della reazione popolare.

Perché l’archivio Epstein, se lo guardi come un oggetto narrativo, è un accelerante. Il New York Times – si racconta – avrebbe dedicato due dozzine di giornalisti a spulciarlo, e quello che è emerso fin qui viene descritto con un’immagine da film: foglio su foglio, alto quanto l’Empire State Building. Un grattacielo di carte. Ma un grattacielo, per reggere, ha bisogno di fondamenta e di strutture portanti. Se inizi a strapparne pezzi a caso, ottieni solo coriandoli. E i coriandoli non fanno crollare niente: imbrattano.

C’è una scena quasi comica, se non fosse tragica: una mail del 2014, attribuita a James Staley, allora ai vertici di Barclays, inviata a Epstein. “Tranquillo. Qualunque cosa esca non si solleveranno nelle piazze contro la casta suprema, mica siamo il Brasile”. È un cinismo che non si limita a descrivere una società: la misura, la pesa, la disprezza. E soprattutto rivela una certezza: la gente non si muoverà. O si muoverà solo per sfogare, non per cambiare.

Poi ci sono i dettagli che l’archivio sparge come briciole: i maglioni in cachemire per Noam Chomsky, la lista maniacale di biancheria per Woody Allen, il linguaggio da club privato, i complimenti per un “video di torture”, inviti a voli privati verso isole private, promesse di “liberazione mentale” ottenuta attraverso il sesso, descritta come lo scoppio di uno starnuto. Il campionario è trasversale: economia, cultura, mondi spirituali, apparati di potere, organizzatori di Olimpiadi, curatori di programmi televisivi. L’elenco è orizzontale e verticale, bianco e nero, destro e sinistro. È proprio questa completezza che seduce e avvelena.

Ro Khanna, politico californiano, si chiede: “Come abbiamo potuto creare una élite così immatura, spericolata e arrogante?”. Domanda legittima. Ma il punto è un altro: per la gente, per il popolo, per gli spossessati, “élite” non è più una categoria analitica. È un magma indistinto, un marchio unico che significa privilegio e ruberia, il “magna magna” che si porta dietro secoli di rancore. E l’archivio Epstein, distillato in pillole, rischia di diventare la “prova provata” di quella teoria: tutti dentro, nessuno fuori.

Il problema è che se accusi tutti, non condanni nessuno. Se non ti attieni ai fatti, non hai elementi. Rimane solo l’eco della litania: fotti-fotti, ruba-ruba, sono tutti uguali. Un qualunquismo che pare potentissimo, e invece è il miglior anestetico: brucia, sfoga, non cambia.

E allora lo sguardo deve mirare al punto più alto. Non può fermarsi all’ex principe. Perché il rischio, in questo teatro, è che Andrea sia il volto utile: quello che si può esporre, punire, sacrificare. Il “regale” che dà soddisfazione perché è regale. E intanto, più sopra, resta ciò che davvero tiene in piedi l’Empire.

La domanda, infatti, non è solo “chi c’era” nel mondo di Epstein. È “che cosa c’era” davvero. Che cosa aveva su Donald Trump, al di là delle possibili scorribande sessuali che – lo sappiamo – non hanno mai abbattuto un presidente. “Io posso farlo cadere quando voglio”, si vantava da vivo. E suggeriva di non fargli le solite domande facili, ma di chiedergli dei suoi affari e dei suoi debiti. Quali? Con chi? Ripianati come?

È lì che il grattacielo o regge o cede. Perché i maglioni, le liste, le eccentricità sono rumore: incuriosiscono, scandalizzano, producono click. Ma il punto vero, se esiste, sta nei legami economici, nelle leve, nei ricatti, nelle carte che non si mostrano in prima pagina. E nel capire se, questa volta, l’antenna regge davvero l’Empire oppure no.