Le recenti dichiarazioni di Trump, circa il ruolo degli alleati della NATO nel teatro afghano, non appartengono alla categoria dell’imprecisione o dell’enfasi polemica, esse si collocano, piuttosto, nel territorio più torbido della smemoratezza deliberata, là dove l’oblio non è una tecnica di dominio narrativo.
Affermare che le forze alleate si sarebbero tenute “un po’ lontane dalla linea del fronte” è ontologicamente indecente, oltre che falso. È l’atto con cui una voce pretende di retrodatare la realtà, di riscrivere il passato secondo la geometria capricciosa dell’ego. Qui la menzogna non è più lo strumento del potere: ne diviene la sua grammatica.
Trump, nel suo consueto oscillare tra brutalità assertiva e infantilismo semantico, mette in scena una pedagogia dell’oblio che non si limita a sminuire l’apporto militare europeo, ma ne cancella la sostanza morale: il sacrificio. Come se la guerra – quel conglomerato informe di paura, disciplina e morte – potesse essere gerarchizzata ex post secondo una scala di visibilità utile all’autocelebrazione americana.
Eppure l’Afghanistan non è stato un palcoscenico a illuminazione selettiva. È stato, per vent’anni, un ventre oscuro in cui si sono consumate vite italiane, tedesche, francesi, britanniche; un luogo dove l’Articolo 5 dell’Alleanza Atlantica ha smesso di essere clausola giuridica per farsi carne, sangue, amputazione, lutto. Negarlo equivale a praticare una violenza simbolica sui morti, la più vile, perché priva di rischio.
In questo scenario, la risposta di Giorgia Meloni si staglia non tanto per asprezza, quanto per necessità etica. Quando la Presidente del Consiglio definisce “inaccettabili” le parole di Trump, non si limita a difendere una dignità nazionale offesa: tenta, con un gesto di resistenza verbale, di rimettere in asse il rapporto tra memoria e verità. È un atto che si inscrive nella tradizione di quelle parole che non cercano il consenso, ma la restituzione del reale.
Meloni ricorda ciò che Trump vorrebbe dissolvere: che l’Italia ha comandato settori operativi complessi; che ha assunto responsabilità piene; che ha seppellito i propri caduti. Ma soprattutto ricorda che l’alleanza non è una somma di utilità contingenti, bensì un patto di esposizione reciproca al rischio. Chi infrange questo patto retroattivamente – negandone il costo – si pone fuori non solo dalla storia, ma dalla morale politica.
Meloni ha puntualizzato come l’Italia, insieme agli alleati, abbia assunto piena responsabilità operativa nel Regional Command West, schierando migliaia di soldati e pagando — con 53 vite umane perdute e oltre 700 feriti — il prezzo tangibile della solidarietà atlantica.
Trump, del resto, non è nuovo a questa torsione narrativa. Il suo linguaggio procede per semplificazioni brutali, ma la brutalità non è mai ingenua: è funzionale. Sminuire gli alleati significa reinscenare l’America come monade autosufficiente, come Leviatano che agisce da solo e, dunque, non deve nulla. È una retorica che trasforma la cooperazione in concessione e il sacrificio condiviso in fastidio collaterale.
In tale prospettiva, l’Afghanistan non è che un episodio riscrivibile; i morti, una nota a piè di pagina; gli alleati, comparse. Non stupisce allora che l’indignazione europea sia stata corale: perché ciò che è in gioco non è la suscettibilità diplomatica, ma la possibilità stessa di una memoria comune.
La storia, tuttavia, non è un archivio malleabile a uso del più rumoroso. Essa resiste. Resiste nei numeri, nei nomi incisi sul marmo, nelle biografie spezzate. E resiste anche quando viene offesa, perché l’offesa ne conferma l’esistenza. Trump può tentare di deformarla ma, così facendo, rivela una verità più profonda: che il suo potere discorsivo ha bisogno di cancellare l’altro per affermare se stesso.
È qui che la sua parola si mostra per ciò che è: non forza, bensì arroganza. L’arroganza di chi non sopporta una storia plurale, condivisa, refrattaria all’appropriazione individuale. E allora, contro questa fragilità, la risposta non può essere il silenzio.
Difendere la verità dell’Afghanistan significa difendere l’idea stessa che la politica non sia soltanto gestione del presente, ma responsabilità verso il passato. Chi deride o minimizza il sacrificio altrui non è semplicemente un leader polemico: è un amministratore dell’oblio. E l’oblio, quando diventa programma politico, è sempre il primo passo verso la dissoluzione morale.
di Ernesto Mastroianni







