C’è un dato che, più di molti proclami politici, racconta la fragilità italiana davanti alla nuova crisi in Medio Oriente: tra le grandi economie avanzate, il Paese che rischia di pagare il conto più salato è proprio il nostro. Non per suggestione, non per propaganda, ma per una simulazione econometrica. Secondo i modelli di Oxford Economics, l’Italia è la nazione europea in cui lo shock energetico si trasmette con maggiore velocità all’inflazione e, di conseguenza, alla crescita. Tradotto: se nel Golfo salta qualcosa, da noi i prezzi corrono più in fretta che altrove.
Il punto non è soltanto il petrolio che sale: il punto è che l’Italia resta scoperta
È una potenza manifatturiera che continua però ad avere un deficit cronico sul fronte dell’energia. Produce troppo poco, importa troppo, dipende ancora in modo massiccio da ciò che arriva da fuori. Quando il Medio Oriente si incendia, il nostro sistema economico reagisce come una casa con i muri sottili durante una tempesta: sente subito il colpo.
I modelli di Oxford Economics indicano che entro la fine dell’anno lo shock su petrolio e gas potrebbe aggiungere oltre un punto percentuale all’inflazione italiana rispetto alle stime precedenti. Per l’insieme dell’area euro l’impatto medio sarebbe di circa mezzo punto o poco meno. Per noi, invece, la pressione sarebbe più forte, al punto da spingere l’inflazione complessiva oltre il 3 per cento. Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori. È la differenza tra un sistema già affaticato e uno costretto a respirare con un macigno sul petto.
Il motivo è semplice, ma proprio perché è semplice fa ancora più impressione
L’Italia importa energia, molta energia, e resta una delle economie più vulnerabili alle oscillazioni dei mercati internazionali. Il nostro apparato produttivo vive di manifattura, trasporto, trasformazione, logistica, filiere industriali. Tutto questo consuma energia. Quando sale il prezzo del petrolio, aumentano i costi della mobilità e delle merci. Quando sale il prezzo del gas, si scaricano tensioni su imprese, famiglie, produzione e bollette. E quando tutto sale insieme, il risultato è un’inflazione che divora margini, salari e consumi.
Lo scenario ipotizzato dagli economisti
Lo scenario di base ipotizzato dagli economisti non è nemmeno quello apocalittico. Si parla di un petrolio vicino agli 80 dollari al barile nel secondo trimestre, con un graduale rientro verso i 60 a fine anno. Dunque non una catastrofe totale, ma uno scenario di tensione moderata e di interruzioni temporanee lungo le rotte energetiche. Eppure basta questo per provocare una nuova ondata inflazionistica. È qui che il caso italiano diventa emblematico. Perché se uno scenario moderato produce già effetti tanto pesanti, significa che il problema non è solo esterno. È interno. È la struttura stessa del nostro sistema economico a renderci più vulnerabili.
L’impatto negli USA
Gli Stati Uniti, per esempio, secondo lo stesso studio avrebbero un impatto limitato: appena uno 0,2 per cento in più di inflazione a fine anno, con una crescita del Pil che resterebbe vicina alle stime già previste. Canada e Norvegia, che sono esportatori energetici, sentirebbero effetti ridotti sui prezzi e potrebbero addirittura beneficiare di una crescita più robusta. È la solita crudele verità dell’economia globale: chi produce energia trasforma le crisi in opportunità, chi la compra le subisce. E l’Italia, ancora una volta, sta dalla parte di chi paga.
Ma fermarsi a petrolio e gas sarebbe riduttivo
C’è infatti un secondo canale, meno visibile e forse ancora più insidioso, che può trasmettere lo shock all’economia italiana: la logistica. Molte delle rotte commerciali che collegano l’Asia all’Europa passano per il Medio Oriente e per il Mar Rosso. Se cresce il rischio di attacchi o se il traffico attraverso Suez e Hormuz si riduce, le navi devono allungare i percorsi, i costi aumentano, i tempi di consegna si dilatano. Non si muovono soltanto gas e petrolio. Si muove tutto: componenti, merci, semilavorati, tecnologia, beni intermedi indispensabili per la nostra manifattura.
Per l’Italia prezzi più alti e margini più bassi
Per un Paese come l’Italia, che vive dentro catene del valore globali e che ha costruito una parte decisiva della sua competitività su filiere estese e interdipendenti, questo significa una cosa molto concreta: prezzi più alti e margini più bassi. Le imprese pagano di più per ricevere materiali e componenti. I tempi si allungano. La produzione rallenta. E il costo finale si scarica, almeno in parte, sul consumatore. È il lato meno appariscente della crisi, ma spesso è quello che si sedimenta più a lungo.
Qui cade anche molta della retorica costruita negli ultimi anni sul cosiddetto reshoring, il ritorno delle produzioni in patria dopo gli shock del Covid, la crisi dei semiconduttori e il caos delle filiere globali. Se guardiamo ai fatti, quel grande rientro industriale è rimasto in larga misura una promessa da convegno. Le produzioni non sono davvero tornate in modo massiccio, la dipendenza dalle rotte internazionali è rimasta, e oggi l’Europa – con l’Italia in prima fila – si ritrova ancora esposta ai contraccolpi di una globalizzazione che funziona a singhiozzo. Globalizzazione quando conviene, blocchi e strozzature quando scoppia una crisi. Il peggio dei due mondi.
Il terzo livello del problema è quello monetario
Una nuova spinta inflazionistica rischia di complicare la strategia della Banca centrale europea. I falchi della Bce, già poco convinti sull’idea di allentare ulteriormente il costo del denaro, avrebbero un argomento in più per mantenere i tassi fermi. Ed è qui che il cerchio si chiude in modo quasi perfetto, e quasi perfidamente sfavorevole all’Italia. Da un lato salgono i prezzi dell’energia e dei trasporti. Dall’altro si riduce la possibilità di una politica monetaria più morbida. In mezzo restano imprese e famiglie, strette tra inflazione persistente e credito ancora costoso.
Certo, Oxford Economics segnala che per l’intera area euro l’impatto sulla crescita non sarebbe devastante: una riduzione di appena lo 0,1 per cento rispetto alle stime precedenti, dal già modesto 1 per cento allo 0,9. Ma questa apparente tranquillità media rischia di nascondere le differenze reali tra i Paesi. Perché un conto è parlare della media europea, un altro è misurare chi sta peggio. E se il Paese più esposto è l’Italia, quella media rassicurante conta fino a un certo punto.
In Europa non tutti pagheranno allo stesso modo
La vera notizia, infatti, è proprio questa: non tutti in Europa pagheranno allo stesso modo. E noi, ancora una volta, rischiamo di stare dalla parte dei più vulnerabili. Non perché ci sia una maledizione nazionale, ma perché da anni continuiamo a rinviare i nodi strutturali. Dipendenza energetica, fragilità logistica, industria energivora, bassa autonomia strategica: ogni crisi internazionale riapre le stesse ferite.
L’unica consolazione, se così si può chiamare, è che secondo lo studio gli effetti potrebbero essere temporanei. Se la crisi geopolitica non si allarga e non si trascina per mesi, nel 2027 l’impatto su prezzi e crescita potrebbe progressivamente riassorbirsi. Ma è una consolazione magra, perché assomiglia molto a quella frase che gli italiani sentono da anni: passerà. Intanto però il conto arriva. E come spesso accade, da noi arriva prima che altrove.







