Mezza America rivaluta “Sleepy Joe”: tre sondaggi dicono che il presidente sta facendo peggio di Biden, e i midterm diventano un incubo

C’è una scena che, in politica, suona come una beffa perfetta: l’avversario che avevi trasformato in macchietta torna improvvisamente utile, quasi comodo, perfino rimpianto. Ed è più o meno la fotografia che esce da tre rilevazioni nazionali che, pur diverse per metodo e pubblico, consegnano lo stesso messaggio: una fetta enorme di americani oggi sostiene che Joe Biden, quello ribattezzato “Sleepy Joe”, abbia fatto un lavoro migliore di quello che sta facendo il presidente alla Casa Bianca.

Non è nostalgia romantica. È un giudizio comparativo, brutale e politicamente pericoloso, soprattutto perché arriva quando il mandato ha appena superato il giro di boa del primo anno e la strada verso i midterm di novembre è già in discesa, ma con i freni che fischiano.

I numeri, messi in fila, hanno un suono metallico. Harvard CAPS/Harris (28–29 gennaio) registra un 51% di elettori registrati convinto che il presidente stia facendo un lavoro peggiore rispetto a Biden, contro un 49% che lo giudica migliore. Rasmussen Reports (2–4 febbraio), sondaggista notoriamente guardato con simpatia da quell’area politica, dice che il 48% dei probabili elettori promuove Biden nel confronto, il 40% sceglie il presidente, e un 8% la mette sul “più o meno uguale”. YouGov/Economist (6–9 febbraio) aggiunge un altro tassello: 46% peggio, 40% meglio, 7% pari.

Tre rilevazioni, tre campioni, una stessa tendenza: non solo il vantaggio percepito si è evaporato, ma l’effetto “cancellazione” dell’eredità di Biden sembra inceppato. E quando la politica non riesce neppure a riscrivere il passato, è perché il presente non sta convincendo.

Qui entra in gioco la parte più tossica, per chi governa: la crepa tocca proprio i capitoli che dovevano essere la spina dorsale del racconto. L’immigrazione, il confine, l’economia. Temi che, nella narrazione, erano la prova provata della differenza tra “prima” e “dopo”. E invece il giudizio si sta ribaltando, o almeno sta diventando più ambiguo di quanto un presidente possa permettersi.

La Casa Bianca, dal canto suo, prova a rimettere ordine con la lingua dei “mandati” e delle priorità. «Quasi 80 milioni di americani hanno dato al presidente Trump un mandato elettorale schiacciante per porre fine al disastro economico e alla crisi migratoria di Joe Biden», sostiene il portavoce Kush Desai. E poi la lista della spesa, in versione “denti stretti”: «L’amministrazione Trump resta concentrata con la massima determinazione nel continuare a raffreddare l’inflazione, accelerare la crescita economica, mettere in sicurezza il nostro confine e deportare in massa gli immigrati irregolari con precedenti penali.»

Il problema è che la realtà dei sondaggi non ragiona per comunicati: ragiona per sensazioni diffuse, per percezioni che si incollano addosso come polvere. E secondo un altro dato citato nel quadro complessivo, perfino un tema identitario come confine e immigrazione rischia di trasformarsi in boomerang: in una rilevazione NBC News, il 49% degli adulti “disapprova fortemente” il modo in cui il presidente sta gestendo sicurezza del confine e immigrazione. Quando succede una cosa del genere, non è più solo un problema di “posizione” politica: è un problema di credibilità.

E poi c’è l’economia, il vero campo minato. Il presidente è arrivato con l’idea semplice, quasi scolpita: io sono l’uomo del portafoglio. Ma i sondaggi raccontano un indice netto di approvazione sull’economia che precipita e che, soprattutto, perde presa dove contava di più, tra gli indipendenti. È lì che si vincono e si perdono le elezioni di metà mandato, non nei comizi più caldi e nemmeno nelle bacheche più rumorose.

La ferita più vistosa, però, rischia di essere generazionale. Nel sondaggio YouGov/Economist, il presidente scivola a un -42 di approvazione netta tra i 18–29enni, un crollo enorme se confrontato con il dato iniziale che viene ricordato come un +9. Al netto di qualsiasi lettura tecnica, il succo politico è questo: i giovani, che spesso non si conquistano con un decreto ma con un clima, stanno voltando lo sguardo altrove. E quando un presidente perde la parte di Paese che dovrebbe “reggere” il futuro, la campagna si riempie di fantasmi.

In mezzo, torna una parola che gli avversari di Biden usavano come una frecciata e che oggi diventa un boomerang: “amnesia”. Nel 2024, raccontano, i fedelissimi di Biden si lamentavano dell’“amnesia su Trump”, dell’idea che gli elettori avessero rimosso il caos del primo mandato. Oggi, dall’altra parte, si prova una difesa speculare: gli americani starebbero sottovalutando ciò che il presidente avrebbe fatto per frenare attraversamenti al confine e per spegnere l’inflazione ereditata dagli anni precedenti. Tradotto: non è che stiamo andando male, è che non ci state riconoscendo i meriti.

È una linea difensiva comprensibile, ma non sempre efficace, perché chiede al pubblico una cosa difficile: fidarsi del bilancio contro la sensazione. E la sensazione, quando diventa maggioritaria, non si “contesta”: si subisce.

C’è poi un’altra spina, più silenziosa ma strategica: l’erosione tra gli elettori senza laurea, una base cruciale per le due vittorie presidenziali attribuite al presidente. «Se conoscete qualcosa di Donald Trump, sapete che ha costruito le sue due vittorie presidenziali conquistando gli elettori senza una laurea», osserva Harry Enten. E aggiunge: «Ebbene, la base di Donald Trump tra gli elettori senza titolo universitario sta assolutamente crollando.» Quando lo zoccolo duro diventa meno duro, il problema non è la settimana storta: è la stabilità dell’edificio.

E qui si arriva alla vera domanda politica, quella che non si risolve con uno slogan: che cosa succede se una parte consistente dell’elettorato smette di vedere nel presidente la soluzione e ricomincia a vederlo come il problema? Perché è questo, alla fine, il senso della parola “tossico” in politica: non è l’odio degli avversari, è l’imbarazzo dei tiepidi, il passo indietro degli indecisi, la prudenza di chi aveva dato credito e ora si guarda intorno.

Il quadro, insomma, non dice che Biden sia diventato improvvisamente un’icona. Dice che il presidente, nel confronto diretto, sta perdendo il vantaggio psicologico che lo aveva portato fin lì. E a nove mesi dai midterm, in un’America che vive di polarizzazione ma si muove con piccoli spostamenti decisivi, questa non è una statistica. È una sirena.