Migranti trasferiti in Albania, scattano i ricorsi: 90 portati a Gjader “senza provvedimenti né comunicazioni”, un 22enne giudicato non idoneo e pronto al rientro

Migranti nave “Diciotti”

Novanta persone trasferite dall’Italia al centro di Gjader, in Albania, nel giro di poche settimane. E, insieme al riempimento per la prima volta della struttura oltre Adriatico, parte anche l’ondata di ricorsi. I legali di diversi trattenuti sostengono che la procedura di trasferimento sia “ancora una volta illegittima” perché, in più casi, non risulterebbero provvedimenti formali né comunicazioni chiare sulle ragioni dello spostamento. Un copione che, secondo gli avvocati, richiama quanto già accaduto nel caso dell’uomo algerino che si è visto riconoscere dal Tribunale di Roma un risarcimento di 700 euro, una decisione che ha alimentato tensioni politiche e polemiche pubbliche nelle scorse settimane.

Il primo nome che rischia di far saltare il banco, però, è quello di Khalid, ragazzo marocchino di 22 anni. Dopo pochi giorni dal trasferimento a Gjader, la commissione medica interna lo ha giudicato “non idoneo” alla vita ristretta nel centro per i rimpatri. Se la valutazione sarà confermata, Khalid potrebbe essere il primo a rientrare in Italia a stretto giro, proprio mentre altri ricorsi stanno prendendo forma nelle stesse ore.

A raccontare la situazione è Leonardo Lucente, legale del giovane: «Ci aspettiamo un rilascio tempestivo e un ritorno in Italia di Khalid. Ho visto il mio assistito l’ultima volta due giorni fa in videochiamata: era fortemente provato. Mi ha detto che non sapeva perché fosse lì, nessuno glielo ha comunicato. Ha aggiunto che non avrebbe resistito oltre. Se non viene rilasciato a breve invieremo una diffida». Nelle ricostruzioni fornite dai difensori, la mancanza di spiegazioni sarebbe uno degli elementi più contestati: l’assenza di un atto formale e, soprattutto, di una comunicazione effettiva al trattenuto, con le conseguenze pratiche che questo comporta anche per l’assistenza legale e per i contatti con la famiglia.

Il caso di Khalid, peraltro, si intreccia con un passaggio drammatico avvenuto in Italia. Il ragazzo, riferisce il legale, sarebbe stato spostato da Bari a Gjader dopo aver assistito l’11 febbraio alla morte di un suo compagno di cella, Simo Said, nel Cpr di Bari. Dopo quell’episodio, Khalid avrebbe manifestato un grave malessere arrivando a procurarsi ferite in varie parti del corpo. Lucente insiste su un punto: «Il suo spostamento in Albania è assolutamente improprio oltre che illegittimo: c’è un’inchiesta in corso sulla morte di Simo quindi una volta che Khalid sarà rientrato in Italia chiederemo un permesso di soggiorno per lui come testimone di giustizia». La prospettiva, dunque, non è solo il rientro immediato per ragioni sanitarie, ma anche un percorso giuridico legato all’indagine aperta in Italia.

Non è però un caso isolato. Avvocati di altri trasferiti annunciano istanze di riesame e prefigurano richieste di risarcimento per “illegittima detenzione” o trasferimento con procedura irregolare. Tra i ricorsi citati ci sono quelli relativi a due persone provenienti dalla Turchia, portate a Gjader senza informazioni adeguate.

L’avvocata Marina Chetoni, appena rientrata da una visita nel centro, riferisce: «I miei assistiti non si spiegano in alcuno modo perché sono lì. Quando li ho incontrati, uno di loro mi ha detto che pensava lo stessero portando in aeroporto per il rimpatrio. Si è, invece, ritrovato in Albania senza poter avvisare la famiglia né tantomeno un difensore.

A quanto abbiamo capito questa procedura è generalizzata e riguarda la maggior parte dei trasferiti: quando ho consultato il fascicolo dei miei non ho trovato alcun provvedimento formale». Chetoni, insieme all’avvocato Salvatore Fachile, difende anche un cittadino del Togo che, secondo quanto riportato, per la seconda volta in pochi mesi è stato trasferito dall’Italia in Albania.

Sul piano politico e associativo, la pressione sale. Le associazioni del Tavolo asilo, dopo visite ispettive in Albania compiute insieme alla deputata del Pd Rachele Scarpa, leggono l’accelerazione dei trasferimenti come una mossa soprattutto propagandistica. Francesco Ferri di ActionAid mette l’accento sui costi e sulle modalità operative: «Forse il governo ha l’esigenza di riempire i centri per giustificare questa spesa abnorme. Noi abbiamo rilevato diverse violazioni dei diritti come l’uso di fascette e altri dispositivi coercitivi durante gli spostamenti». È un’accusa pesante, che sposta il tema dal singolo procedimento alla gestione complessiva dei trasferimenti e delle condizioni di trattenimento.

Il nodo, oggi, è tutto nella procedura: chi difende i trattenuti sostiene che manchino atti formali e comunicazioni, e che questo renda fragile – se non illegittimo – lo spostamento oltre Adriatico. Sullo sfondo c’è il precedente del risarcimento da 700 euro riconosciuto dal Tribunale di Roma, che per i legali rappresenta un segnale e per il governo è diventato un fronte di scontro. Adesso, con 90 persone a Gjader e una serie di ricorsi in avvio, la partita torna subito sul tavolo dei giudici. E il caso di Khalid, già giudicato “non idoneo”, potrebbe essere il primo banco di prova concreto, con un possibile ritorno in Italia destinato a incidere sul racconto politico e sull’impianto operativo dei trasferimenti.