Mentre l’Europa osserva con una miscela di distacco e preoccupazione le politiche migratorie oltreoceano, negli Stati Uniti il clima è mutato in qualcosa di radicalmente diverso e brutale. Non siamo più di fronte alla semplice “lotta all’immigrazione clandestina”.
Quello che sta accadendo a Minneapolis, diventata l’epicentro di una nuova, violenta frattura sociale, suggerisce che l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) stia operando al di fuori di ogni protocollo democratico conosciuto.
Il 2026 si è aperto con una violenza senza precedenti. Minneapolis è stata scossa da due decessi che hanno trasformato la città in una polveriera.
• Renee Nicole Good: Una madre di 37 anni, cittadina americana, uccisa il 7 gennaio mentre era nella sua auto. Sebbene l’amministrazione abbia tentato di bollarla come “terrorista domestica”, i video e l’autopsia raccontano un’altra storia: è stata colpita a morte mentre cercava di allontanarsi dagli agenti.
• Alex Pretti: Un infermiere di terapia intensiva, freddato in strada il 24 gennaio. Anche in questo caso, le versioni ufficiali di “legittima difesa” collidono con filmati che mostrano un uomo disarmato e già in fase di sottomissione.
Queste morti non sono incidenti isolati, ma il risultato di un mandato che sembra aver garantito agli agenti un’immunità assoluta, portando la tensione sociale a un punto di rottura mai visto prima.
C’è un dettaglio che non è stato ancora analizzato con la dovuta gravità: l’uso dei minori come strumenti tattici. Il 20 gennaio, un bambino di soli 5 anni (Liam Conejo Ramos) è stato prelevato dagli agenti mentre tornava da scuola a Columbia Heights. L’aspetto agghiacciante, denunciato dai responsabili scolastici, è che gli agenti avrebbero istruito il piccolo a bussare alla porta di casa per convincere i parenti ad uscire, usandolo di fatto come “esca”. Un’immagine che stride con l’idea di una nazione che si professa faro dei diritti umani e che ha spinto la città a uno sciopero generale lo scorso 23 gennaio. La paura è ormai una condizione esistenziale: molti immigrati, anche regolari, hanno smesso di mandare i figli a scuola o di presentarsi per cure mediche, temendo la profilazione razziale anche nei parcheggi dei supermercati.
L’aggravarsi della crisi ha portato a un drastico cambio della guardia. La notizia che sta scuotendo i corridoi del potere è la rimozione di Gregory Bovino, il comandante del Border Patrol che era diventato il volto pubblico della linea dura a Minneapolis. Bovino, noto per la sua retorica aggressiva contro le autorità locali, è stato allontanato insieme ad alcuni dei suoi agenti più controversi.
Al suo posto, la Casa Bianca ha inviato Tom Homan, il fedelissimo “Border Czar” del Presidente. La mossa è carica di significati: l’invio di Homan è una tacita ammissione che la situazione a Minneapolis era sfuggita al controllo. Il suo mandato ufficiale è quello di riportare ordine, concentrandosi sui “peggiori tra i peggiori” ed evitando (almeno sulla carta) le operazioni a tappeto che hanno portato alle morti dei civili.
In un colpo di scena inaspettato, il Presidente ha cercato una via diplomatica attraverso una serie di telefonate notturne con i suoi più acerrimi rivali politici in Minnesota.
1. Con Tim Walz: Nonostante i mesi di insulti, il Presidente ha descritto la telefonata con il Governatore Walz come “molto produttiva”, affermando di essere sulla “stessa lunghezza d’onda”. Walz ha ottenuto la promessa di una riduzione del numero di agenti federali sul campo e un maggiore coordinamento.
2. Con Jacob Frey: Anche il sindaco di Minneapolis, che aveva intimato all’ICE di lasciare la città, ha avuto un colloquio con la Casa Bianca. Frey incontrerà Homan per discutere i dettagli della nuova fase operativa, segnando un passaggio dalle barricate al tavolo delle trattative. L’ICE ha superato ogni limite? Per chi vive a Minneapolis, la risposta è nel silenzio delle strade dove la gente ha ancora paura di uscire. Resta da capire se questa “tregua armata” e il cambio di leadership siano una reale svolta umanitaria o solo una mossa tattica per calmare le rivolte prima di una nuova ondata di espulsioni.
I numeri raccontano un’America paralizzata. Secondo un sondaggio Kaiser Family Foundation/New York Times, il 41% degli immigrati (inclusi cittadini naturalizzati e residenti legali) teme che loro o un familiare possa essere arrestato o deportato. Il 30% ha limitato la partecipazione ad attività fuori casa per paura di attirare l’attenzione. Il 14% evita di andare in chiesa o a eventi comunitari, il 10% non porta i figli a scuola o a eventi scolastici, il 5% evita di andare al lavoro.
Nella Grande Mela la situazione assume contorni diversi a causa della densità urbana e del violento scontro politico tra il nuovo sindaco socialista, Zohran Mamdani, e l’amministrazione federale. Se Minneapolis è l’epicentro della violenza, New York è diventata il laboratorio della resistenza e, allo stesso tempo, della paura più profonda. Ecco i punti chiave di ciò che sta accadendo a New York, dettagli che raramente emergono con chiarezza sui media mainstream:
1. La “Sindrome dell’Ospedale”: Medici contro ICE
Un caso incredibile è avvenuto recentemente al NYU Langone di Brooklyn. Il personale sanitario ha scambiato alcuni detective della polizia di New York (NYPD) in borghese per agenti dell’ICE e ha suggerito loro di andarsene, quasi rifiutando le cure, per “proteggere i pazienti”.
• Il motivo? L’amministrazione Trump ha revocato le linee guida che proteggevano i “luoghi sensibili” (ospedali, scuole e chiese). Ora l’ICE può, in teoria, intervenire ovunque.
• La conseguenza: Molti immigrati stanno letteralmente morendo in casa per malattie curabili, terrorizzati dal fatto che un infermiere possa essere obbligato a segnalarli o che gli agenti possano fare irruzione al pronto soccorso.
2. Arresti nei tribunali e “Knock-and-Talk”
Mentre a Minneapolis si spara per strada, a New York l’ICE sta usando tattiche di pressione psicologica:
• Tribunali come trappole: Gli agenti attendono gli immigrati (anche quelli che si presentano per denunciare crimini o per semplici udienze civili) all’uscita delle aule di giustizia.
• Operazione “Metro Surge”: I quartieri di Queens, Bronx e Brooklyn sono pattugliati da SUV senza insegne. Le operazioni “knock-and-talk” (bussare alla porta senza mandato chiedendo di “chiacchierare”) sono triplicate. Molti immigrati, non conoscendo i propri diritti, aprono e vengono arrestati sul posto.
3. La città fantasma: la paura di uscire
Nei quartieri a forte presenza migratoria come Jackson Heights o il South Bronx, la vita sociale è stata stravolta:
• Consegne a domicilio: I rider (molti dei quali immigrati) hanno smesso di lavorare in certe fasce orarie perché l’ICE ha iniziato a monitorare i “hotspot” delle consegne.
• Scuole: Molti genitori non accompagnano più i figli a scuola, temendo che la polizia federale possa aspettarli fuori dai cancelli, come accaduto nel tragico caso della bambina di 5 anni in Minnesota.
4. Lo scontro politico: Mamdani vs Trump
Il sindaco Mamdani ha usato parole durissime, definendo le operazioni dell’ICE “inumane e crudeli” e chiedendo apertamente l’abolizione dell’agenzia. New York sta cercando di bloccare la condivisione di qualsiasi dato comunale con il governo federale, creando una vera e propria “muraglia digitale” per proteggere i residenti. Tuttavia, con l’arrivo di Tom Homan come supervisore nazionale, la pressione su New York è destinata ad aumentare. Homan ha già dichiarato che New York è una “priorità” e che la resistenza della città non fermerà le deportazioni, ma le renderà solo “più visibili”.







