Mondiali 2026, allarme visti negli Stati Uniti: l’Europa teme stop per tifosi e atleti e chiede garanzie formali a Washington

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I Mondiali di calcio del 2026, pensati come la grande festa globale dello sport, rischiano di trasformarsi in un percorso a ostacoli per milioni di europei. Non sul campo, ma alle frontiere. È questo il senso dell’allarme lanciato dal Partito democratico europeo, che ha deciso di portare la questione dei visti per gli Stati Uniti direttamente sui tavoli istituzionali più alti: Commissione europea, governi nazionali, Fifa, Uefa e autorità statunitensi.

Il timore è tutt’altro che teorico. Secondo il Pde, le procedure di ingresso negli Usa stanno diventando sempre più opache, imprevedibili e invasive, esponendo tifosi, atleti, staff e delegazioni ufficiali a rischi di respingimento o fermo difficilmente conciliabili con un grande evento sportivo internazionale. Un allarme che arriva mentre l’organizzazione del torneo entra nella sua fase più delicata e mentre gli Stati Uniti si preparano a gestire flussi senza precedenti di persone provenienti da tutto il mondo.

La lettera inviata dal Pde elenca una serie di criticità che, nelle ultime settimane, hanno acceso più di una spia rossa. Si parla di visti bloccati o negati senza spiegazioni chiare, di controlli sempre più approfonditi, di screening sui social media e dell’uso di sistemi automatizzati di valutazione del rischio. Meccanismi che, secondo il partito, espongono cittadini europei “a rischi di arbitrarietà incompatibili con uno Stato di diritto”.

A mettere la faccia sulla denuncia è Sandro Gozi, segretario generale del Pde, che usa parole nette: un evento globale come i Mondiali dovrebbe unire attraverso lo sport, non creare nuove barriere o alimentare incertezze giuridiche. Il problema, sottolinea Gozi, non è solo la sicurezza – tema legittimo per qualsiasi Paese ospitante – ma la mancanza di regole trasparenti e verificabili che consentano a tifosi e delegazioni di sapere in anticipo cosa li aspetta.

Nel mirino finiscono soprattutto le pratiche di controllo considerate eccessivamente discrezionali. L’uso di algoritmi, sistemi di profiling e verifiche automatizzate, se non accompagnato da garanzie e possibilità di ricorso, viene giudicato un terreno scivoloso. Perché quando le decisioni vengono prese da procedure poco comprensibili, il confine tra sicurezza e arbitrio diventa sottile.

Da qui le richieste avanzate dal Pde. La prima è la creazione di una task force consolare europea nelle città che ospiteranno le partite, in grado di intervenire rapidamente in caso di problemi. Poi un sistema di monitoraggio in tempo reale su respingimenti, fermi e incidenti alle frontiere, per evitare che i singoli casi vengano gestiti nel silenzio o senza assistenza. E ancora, linee guida chiare sui diritti dei cittadini europei in caso di fermo o respingimento, per impedire che tifosi e delegazioni si trovino improvvisamente senza tutele.

Il pacchetto di proposte include anche un numero di emergenza multilingue, attivo 24 ore su 24, dedicato a tifosi, atleti e staff, e l’introduzione di paletti espliciti su diritti umani e non discriminazione nei protocolli tra FIFA, UEFA e autorità statunitensi. Non semplici dichiarazioni di principio, ma impegni scritti, pubblici e verificabili.

Il messaggio a Washington è diretto: servono procedure di ingresso prevedibili, non discriminatorie e non arbitrarie. Il Pde chiede di escludere l’uso di strumenti automatizzati privi di trasparenza e di garantire sempre la possibilità di ricorso. In mancanza di risposte concrete, l’avvertimento è pesante: federazioni e istituzioni sportive europee potrebbero essere chiamate a valutare anche l’ipotesi estrema di non partecipare al torneo.

Uno scenario che, solo a pronunciarlo, scuote il mondo del calcio. Perché i Mondiali 2026, ospitati congiuntamente da Stati Uniti, Canada e Messico, rappresentano uno degli eventi sportivi più ambiziosi di sempre. Ma proprio per questo, sottolineano i promotori dell’iniziativa, non possono permettersi zone d’ombra sul piano dei diritti e delle garanzie.

Il nodo politico è evidente. Da una parte, il diritto degli Stati Uniti di controllare i propri confini secondo le proprie leggi. Dall’altra, l’esigenza di assicurare che un evento planetario non diventi terreno di incertezze legali, discriminazioni o decisioni imprevedibili. In mezzo, milioni di tifosi europei che già programmano viaggi, spese e trasferte, senza sapere se l’accesso al Paese ospitante sarà davvero un passaggio lineare.

Il tempo stringe. E l’allarme lanciato dal Partito democratico europeo non riguarda solo il calcio. Tocca un nervo più profondo: il rapporto tra grandi eventi globali, sicurezza e diritti fondamentali. Un equilibrio delicato che, se non chiarito per tempo, rischia di trasformare la festa del pallone in un caso politico internazionale ben prima del fischio d’inizio.