In ogni epoca il potere lascia dietro di sé luoghi simbolici: castelli, palazzi, fortezze. Spazi chiusi dove il potere si sottrae allo sguardo del mondo e diventa qualcosa di diverso: arbitrio, dominio, impunità. Nel nostro tempo uno di questi luoghi è diventato un’isola, quella di Jeffrey Epstein. Per anni un uomo straordinariamente ricco, inserito nei circuiti più esclusivi dell’élite globale, ha potuto muoversi con una libertà quasi assoluta. Politici, finanzieri, celebrità, uomini di potere attraversavano quel mondo fatto di jet privati, ville, relazioni influenti. Dall’altra parte c’erano giovani vulnerabili. Ragazze spesso minorenni, reclutate, pagate, manipolate. Corpi trasformati in oggetti. Per molto tempo il caso Epstein è rimasto ai margini della coscienza pubblica. Troppo potente la rete di relazioni, troppo opache le zone d’ombra. Solo tardi lo scandalo è emerso con tutta la sua gravità.
Oltre il caso Epstein: Salò o le 120 giornate di Sodoma
Ma la cosa più inquietante non è lo scandalo. È la struttura che quello scandalo rivela. Per comprenderla bisogna tornare indietro di quasi cinquant’anni, a un film che scandalizzò il mondo e che ancora oggi molti faticano a guardare fino in fondo: Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini.
Nel film quattro uomini che incarnano il vertice delle istituzioni, un aristocratico, un magistrato, un presidente e un vescovo, sequestrano un gruppo di adolescenti durante gli ultimi giorni della Repubblica fascista di Salò. Li rinchiudono in una villa isolata. Una villa fuori dal mondo. Uno spazio chiuso dove il potere diventa assoluto. Non c’è legge. Non c’è limite. Non c’è morale. C’è solo il potere. Il potere che decide cosa mangiare. Il potere che decide cosa fare del corpo. Il potere che decide quando vivere e quando morire. I giovani diventano oggetti. Materia su cui il potere esercita il proprio dominio.
Dalla Villa di Salò ai Caraibi: la logica dei luoghi senza legge
Ed è impossibile non pensare, oggi, a un altro luogo isolato dal mondo: l’isola privata di Epstein nei Caraibi. Anche lì uno spazio separato, lontano dagli sguardi, protetto dalla ricchezza e dalle relazioni. Un’isola e una villa: due luoghi diversi, separati da mezzo secolo, ma attraversati dalla stessa logica, ovvero il potere che si ritira in uno spazio chiuso per esercitare se stesso senza limiti.
Pasolini non poteva conoscere Epstein ma aveva compreso qualcosa di più profondo: la struttura. Quando Salò uscì nel 1975 molti lo considerarono un film osceno. In realtà Pasolini stava costruendo una teoria del potere. Il punto non era il sadismo. Il punto era il dominio.
Il corpo come merce: la mutazione antropologica prevista da Pasolini
In Salò il potere non governa soltanto le persone. Governa i loro corpi. Decide cosa mangiano, come vivono, come muoiono. Controlla il desiderio, la sessualità, la vita biologica dei prigionieri. È ciò che la filosofia contemporanea chiamerà biopotere, il potere che non si limita a controllare territori o istituzioni ma gestisce la vita stessa. Il corpo diventa materia politica. Il corpo diventa oggetto.
Pasolini aveva capito qualcosa che allora sembrava quasi paradossale. Il fascismo storico era finito ma stava nascendo un potere nuovo, più sottile e forse ancora più pervasivo. Un potere capace di trasformare tutto in merce. Non solo il lavoro, non solo le cose, ma anche i corpi. Pasolini lo scrisse con una lucidità impressionante negli anni Settanta. La nuova società dei consumi stava producendo una mutazione antropologica, un cambiamento profondo nel modo in cui gli esseri umani percepivano se stessi e gli altri. Il corpo non era più soltanto persona. Il corpo diventava oggetto. Oggetto di consumo, di scambio, di potere.
Perché Epstein non è un’eccezione, ma il prodotto di un sistema
Ed è proprio questo passaggio che rende Salò così disturbante ancora oggi. Perché la violenza del film non è soltanto quella del fascismo. È la rappresentazione estrema di un mondo in cui tutto può essere comprato, usato, consumato. Anche gli esseri umani. Ed è qui che il film di Pasolini diventa inquietantemente contemporaneo. Perché scandali come quello di Epstein mostrano esattamente questa dinamica: l’asimmetria assoluta tra chi possiede potere, denaro, relazioni e chi possiede soltanto il proprio corpo. Da una parte il potere concentrato, dall’altra la vulnerabilità.
Quando questa distanza diventa troppo grande il dominio diventa possibile. Il vero errore sarebbe pensare al caso Epstein come a una deviazione individuale, alla perversione di un singolo uomo. Pasolini avrebbe detto il contrario. In Salò il potere non è il capriccio di un individuo perverso. È una struttura. I quattro signori rappresentano le istituzioni: aristocrazia, politica, magistratura, Chiesa. Il dominio non è un incidente. È un sistema.
L’eleganza del male: quando la violenza diventa spettacolo privato
È questo il punto che rende Salò ancora oggi un film insopportabile per molti spettatori. Mostra il potere nella sua forma più nuda, senza giustificazioni, senza ideologie, senza retorica. Il potere che gode della propria impunità. Pasolini non aveva previsto Epstein. Aveva previsto il sistema che rende possibili gli Epstein. C’è un dettaglio in Salò che rende il film ancora più inquietante.
In alcuni momenti i signori del potere ballano, ascoltano musica leggera, conversano come se fossero in un salotto elegante. La violenza avviene mentre la normalità continua. Pasolini aveva capito qualcosa di profondissimo. Il male politico non si presenta sempre come mostruoso. Spesso è ordinario. Può essere quasi elegante. Il potere può compiere le cose più terribili e nello stesso momento comportarsi come se tutto fosse perfettamente normale.
C’è una scena finale in Salò che spiega tutto
Le torture avvengono nel cortile. I signori del potere osservano dall’alto con un binocolo, come se stessero assistendo a uno spettacolo. Guardano. Commentano. Si divertono. È una delle immagini più terribili della storia del cinema. Non solo perché mostra la violenza del potere ma perché mostra anche l’indifferenza. Il potere esercita il dominio. Qualcuno guarda, tollera mentre altri preferiscono non vedere.
La profezia di Pasolini: la barbarie che cambia forma nelle democrazie
Per questo Salò continua a inquietarci. Non perché racconti il passato. Non perché anticipi singoli scandali. Ma perché mostra una possibilità sempre presente nella storia umana: quando il potere si sente assoluto il primo territorio che conquista è il corpo dei più deboli.
È successo nelle dittature. Può succedere anche nelle democrazie.
Pasolini non era un profeta nel senso mistico del termine. Era qualcosa di molto più scomodo. Un intellettuale che aveva capito fino in fondo la natura del potere. Ed è per questo che, a quasi cinquant’anni dalla sua morte, le sue opere continuano a parlarci con una chiarezza che fa quasi paura. Perché ci ricordano una verità semplice e terribile. La barbarie non scompare, cambia forma.
A volte si nasconde dietro porte chiuse, dentro ville isolate o su isole lontane dove il potere pensa di poter fare tutto. Pasolini lo aveva capito mezzo secolo fa. Il potere non diventa mostruoso all’improvviso. Lo diventa quando smette di avere limiti.







