Putin è “illegittimo, un ladro e un criminale”: il fedelissimo Ilya Remeslo rompe col Cremlino e apre le prime crepe nel fronte interno russo

Presidente Putin

Le crepe, quando arrivano davvero, non partono mai da fuori. Cominciano dall’interno, da chi fino al giorno prima stava dalla parte giusta del sistema. È per questo che il manifesto pubblicato su Telegram da Ilya Remeslo merita attenzione. Non per il tono, che è già durissimo, ma per la provenienza.

Remeslo non è un oppositore. Non è un dissidente storico. È un avvocato e blogger russo che per anni ha sostenuto apertamente il Cremlino, costruendosi una visibilità proprio attaccando attivisti, giornalisti e figure scomode. Tra queste anche Alexei Navalny, contro il quale ha partecipato a iniziative legali e campagne mediatiche. Ha fatto parte della Camera pubblica russa, organismo consultivo vicino al potere, diventando uno degli ingranaggi riconoscibili del sistema.

Per questo la sua rottura pesa. E pesa soprattutto per le parole scelte. Nel manifesto, pubblicato sul suo canale Telegram, scrive senza ambiguità: «Vladimir Putin non è un presidente legittimo. Deve dimettersi ed essere processato come criminale di guerra e ladro». Non un distinguo, non una critica tecnica. Una dichiarazione politica frontale.

Da fedelissimo del Cremlino a voce della rottura

La biografia di Remeslo è la chiave per capire perché questo caso non può essere liquidato come uno sfogo. Per anni ha difeso la linea governativa, utilizzando il diritto e la comunicazione come strumenti per colpire l’opposizione. Non è un outsider che cambia idea, ma un uomo interno al sistema che decide di metterlo sotto accusa.

Subito dopo la pubblicazione del manifesto, sono partite le ipotesi più prevedibili: account hackerato, provocazione, crollo personale. Anche alcune voci dell’opposizione hanno parlato di un episodio difficile da spiegare. Ma è stato lo stesso Remeslo a chiudere ogni spiraglio. In un video pubblicato il giorno dopo ha confermato di essere l’autore del testo: «Sto semplicemente dicendo la verità».

È questo passaggio a trasformare un possibile incidente in un fatto politico. Perché a quel punto non si tratta più di verificare l’autenticità del messaggio, ma di capire perché un uomo del sistema arrivi a scrivere quelle parole.

Il manifesto in sei punti: guerra, economia e repressione

Nel testo, Remeslo costruisce un’accusa precisa. Il primo punto riguarda la guerra in Ucraina, descritta come «assolutamente senza via d’uscita». Parla di perdite enormi e di un conflitto destinato a durare anni senza benefici per i cittadini russi. «Noi perdiamo soltanto», scrive, attribuendo la prosecuzione della guerra alle scelte personali del presidente.

Il secondo fronte è economico. Denuncia sanzioni, perdita di partner commerciali e risorse bruciate. «Trilioni di dollari» che, secondo lui, avrebbero potuto essere investiti in infrastrutture e servizi. Accusa il sistema di aver favorito una cerchia ristretta, mentre il Paese si impoverisce.

Poi arriva il nodo dell’informazione. Remeslo parla di una rete sempre più controllata, con social bloccati e limitazioni crescenti. Un cambio di rotta che, a suo dire, tradisce le promesse fatte negli anni sullo sviluppo digitale della Russia.

Il potere senza fine e il “circo” del consenso

Uno dei passaggi più sensibili riguarda la permanenza al potere di Putin. Dal 1999, sottolinea Remeslo, il presidente guida il Paese senza soluzione di continuità. E richiama il principio secondo cui il potere prolungato tende a corrompere. Non è solo una critica politica, ma un’accusa diretta: il sistema non ascolta più i cittadini.

Le cosiddette “linee dirette” vengono definite «un circo». E ancora più dura è la frase sull’opposizione: in Russia, scrive, non esiste più uno spazio reale di dissenso. Chi ha provato a criticare è stato etichettato come agente straniero, costretto all’esilio o eliminato dalla scena pubblica.

Il giorno dopo, Remeslo rilancia. Aggiunge un sesto punto e accusa il presidente di una «ossessione per il lusso al limite della malattia», sostenendo che le risorse del Paese siano state utilizzate per mantenere privilegi e residenze.

Le prime crepe nel fronte interno russo

Un manifesto non cambia da solo un sistema. Ma può indicare qualcosa che si muove sotto la superficie. Ed è questo il punto centrale. Quando una voce interna, cresciuta dentro il sistema, rompe con questa violenza, il segnale è diverso da quello di un oppositore tradizionale.

Remeslo non rappresenta ancora una corrente, non è il volto di una nuova fronda. Ma il suo gesto racconta una tensione. Una crepa, appunto. E le crepe, nei sistemi chiusi, non si aprono mai all’improvviso: cominciano sempre da dentro.