Scandalo Epstein, i Clinton ci ripensano e vanno al Congresso: deposizione a porte chiuse per evitare l’“oltraggio”

Bill e Hillary Clinton

C’è qualcosa di profondamente americano nella scena che Washington si prepara a mettere in cornice: due figure che per più di trent’anni hanno occupato il centro del potere globale, un ex presidente e una ex segretario di Stato, chiamate a sedersi davanti a una commissione del Congresso per rispondere a domande su Jeffrey Epstein, il finanziere morto in carcere nell’agosto 2019 e accusato di aver costruito un sistema di sfruttamento sessuale. Il paradosso non è solo nel salto tra la grande storia e la più sordida delle cronache: è nel modo in cui la politica tenta di fagocitare tutto, trasformando un’indagine già tossica di suo in un campo minato elettorale.

Bill e Hillary Clinton, secondo quanto riferito nel materiale fornito, hanno accettato di testimoniare a porte chiuse. È un cambio di rotta che arriva dopo il rifiuto di metà gennaio, quando avevano liquidato la convocazione come «un’iniziativa politica di parte». Ora, invece, si presentano. Non perché improvvisamente il Congresso sia diventato un luogo pacificato, ma perché la pressione si è alzata fino al livello in cui la scelta diventa brutalmente pragmatica: evitare il voto per oltraggio al Congresso. La Camera, guidata dai repubblicani, aveva infatti deciso di mettere ai voti l’accusa: un passaggio che, almeno in teoria, avrebbe potuto aprire la strada a conseguenze penali. Le votazioni sono state sospese. Il messaggio è chiaro: si evita lo scontro frontale, ma non si spegne l’incendio. Lo si sposta in una stanza chiusa, dove non ci sono telecamere e dove la politica può continuare a giocare la sua partita senza l’intralcio della pubblicità immediata.

I Clinton sono tra le dieci persone citate dalla commissione di Vigilanza per testimoniare su quello che viene definito «il più grave scandalo sessuale della storia recente americana». In questo elenco, però, la figura che pesa di più per l’impianto investigativo è la complice di Epstein: Ghislaine Maxwell, condannata nel 2021 a vent’anni di prigione, che verrà ascoltata dalla commissione il 9 febbraio. È attorno a Maxwell che si annoda il nodo politico e mediatico: perché il suo racconto, se davvero sarà tale e non solo un esercizio di difesa, ha il potenziale di ridisegnare la mappa delle responsabilità, delle conoscenze, delle frequentazioni e delle omissioni.

Nel frattempo, l’America vive dentro una valanga di carte. A fine gennaio sono stati pubblicati tre milioni di file. Ed è qui che torna il nome di Bill Clinton con un peso numerico che, nella logica contemporanea, diventa già una sentenza mediatica: viene citato 1.245 volte. È un dato che, da solo, non prova nulla, ma che alimenta la dinamica più prevedibile: il numero diventa titolo, il titolo diventa sospetto, il sospetto diventa narrazione. A complicare tutto ci sono i dettagli che, nelle cronache, fanno sempre più rumore dei contesti: una email inviata a un indirizzo associato all’ex presidente, in cui Maxwell si complimentava con frasi allusive; fotografie in cui Clinton compare insieme ad alcune ragazze. Elementi che, messi in fila, costruiscono un quadro insinuante anche quando manca il pezzo decisivo: l’accusa formale.

Ed è proprio qui che sta la linea di confine che, in un caso così, rischia di saltare ogni giorno: i Clinton, nel testo fornito, non sono accusati di illeciti. Entrambi hanno dichiarato di non avere informazioni utili all’indagine. Un portavoce dell’ex presidente ha riconosciuto incontri con Epstein e quattro viaggi sul suo jet privato, il “Lolita Express”, collocandoli però prima dell’arresto e della condanna del 2008 per reati sessuali. È la difesa classica della distanza temporale e della “normalità” precedente all’esplosione pubblica del caso: ho incrociato la persona prima che il mondo la vedesse per ciò che era. Il problema, in casi così, è che l’opinione pubblica tende a ragionare al contrario: se oggi sappiamo, allora dovevano sapere tutti. Un automatismo emotivo potente e spesso ingiusto, ma politicamente utilissimo a chi vuole colpire.

E infatti qui entra in scena l’altra metà della storia: non l’indagine su Epstein in sé, ma l’uso politico della sua ombra. Nel materiale fornito si dice chiaramente che i repubblicani puntavano a “dare in pasto al pubblico” due big democratici, presentandoli come volto dello scandalo, anche per sviare l’attenzione dalle ombre che riguardano Donald Trump. È un punto chiave perché spiega la geometria di questa convocazione: non basta cercare la verità, bisogna decidere quale verità raccontare per prima, a chi, con quali facce in primo piano. Trump, si ricorda nel testo, è stato accusato da alcune vittime di condotte gravissime; lui ha negato di essere stato amico del finanziere, ma nello stesso materiale viene citato uno scambio di messaggi del dicembre 2018 con Steve Bannon in cui Epstein parlava del tycoon con toni che suggeriscono familiarità. Qui la prudenza è d’obbligo: accuse e messaggi non sono verdetti. Ma nel gioco politico americano spesso non servono verdetti, basta la nube.

Il risultato è un cortocircuito. Da una parte, i democratici vedono nella convocazione dei Clinton un’operazione di parte. Dall’altra, i repubblicani vedono nei Clinton un trofeo mediatico perfetto: nomi enormi, storia enorme, e un caso che suscita disgusto e rabbia, dunque altamente manovrabile. In mezzo, c’è il Dipartimento di Giustizia che, sempre secondo il testo fornito, continua a fare muro su una parte consistente dei documenti: più di due milioni restano secretati. È un elemento che alimenta ulteriormente la sfiducia, perché in ogni grande scandalo americano la parola “secretato” suona come benzina. E se la benzina è a disposizione, la politica la usa.

C’è poi un altro dato che fa capire quanto la partita sia selettiva: tolti i Clinton, nessuno dei personaggi citati nelle indagini – vengono nominati Elon Musk, Howard Lutnick, Bill Gates, Sergey Brin e Brett Ratner – risulta finora convocato dalla commissione. È una scelta che, almeno sul piano dell’immagine, somiglia a una stretta su un solo punto per ottenere il massimo del rumore. Come se il Congresso, anziché setacciare l’intera rete di contatti, avesse deciso di tirare una corda precisa, quella più televisiva, quella che fa più male dall’altra parte.

In questo scenario, la deposizione a porte chiuse dei Clinton diventa un gesto che può essere letto in due modi opposti. Per i loro detrattori, è la prova che il rischio era reale e che la pressione ha funzionato. Per i loro difensori, è il modo per spegnere una trappola e ribaltarla, presentandosi e chiedendo che la regola valga per tutti. Non a caso, nel materiale fornito, il vicecapo dello staff dell’ex presidente, Angel Ureña, scrive su X che i Clinton «non vedono l’ora di stabilire un precedente che valga per tutti». È una frase che sembra burocratica, ma è in realtà una dichiarazione di guerra procedurale: se chiamate noi, chiamate chiunque. Se vale per i nomi democratici, deve valere anche per i nomi che imbarazzano i repubblicani.

E così, mentre Washington si prepara alla scena, la sensazione è che la verità giudiziaria e la verità politica continuino a correre su binari paralleli, ogni tanto sfiorandosi e quasi mai incontrandosi davvero. L’aula del Congresso, anche quando la stanza è chiusa, resta un palcoscenico. E il caso Epstein, per come è diventato un contenitore di file, di citazioni, di fotografie, di accuse e di smentite, è il tipo di materiale che un palcoscenico divora senza pietà. La domanda, oggi, non è solo che cosa diranno Bill e Hillary Clinton. È chi userà quelle parole, e contro chi, nel momento stesso in cui verranno pronunciate.