Strage in Canada, trans panic e strumentalizzazioni: il vero fallimento è nelle reti sociali

C’è un riflesso che torna puntuale ogni volta che una tragedia incontra una biografia “scomoda”: spostare il fuoco sull’identità e chiamarlo spiegazione. È successo di nuovo dopo la strage in Canada. In assenza di conferme delle autorità su un legame tra identità di genere e movente, una parte del dibattito pubblico negli Stati Uniti e in Canada ha scelto comunque di parlare soprattutto di questo. Trans panic è la formula che riassume bene il meccanismo: trasformare l’identità in chiave interpretativa totale, come se potesse spiegare da sola un atto di violenza estrema.

Una scorciatoia non solo sbagliata, ma dannosa. È già accaduto in passato. Nell’omicidio Kirk, come in altri casi, l’attenzione mediatica e politica si spostò rapidamente sull’identità di genere, con la stessa dinamica: polarizzazione, slogan, caccia al nesso facile. Poi, col tempo, è emerso ciò che spesso emerge: disagio profondo, isolamento, segnali ignorati, una rete sociale che non ha retto, servizi che non hanno intercettato o accompagnato. L’identità non era la causa; era il pretesto narrativo.

Ripetere oggi lo stesso schema significa perdere di vista ciò che conta davvero. Le autorità non hanno indicato alcun legame tra identità di genere e la strage. Eppure, il dibattito insiste lì. Perché? Perché è più semplice. Perché offre un bersaglio riconoscibile. Perché consente di evitare la parte scomoda: interrogarsi sui fallimenti dei sistemi di supporto, sulla salute mentale, sull’accesso alle armi, sulle reti familiari e scolastiche che non hanno funzionato. È più rassicurante ridurre una tragedia complessa a un’etichetta.

Il rischio è doppio. Da un lato si stigmatizzano comunità già vulnerabili, alimentando paura e sospetto senza alcuna base fattuale. Dall’altro si impoverisce la capacità di prevenzione, perché si smette di cercare i fattori reali di rischio. Se guardiamo al passato, incluso il caso Kirk, la lezione è sempre la stessa: quando il racconto pubblico si fissa sull’identità, smette di vedere il contesto. E il contesto è quasi sempre fatto di solitudine, fragilità, segnali che non diventano interventi.

La domanda giusta non è “chi era” in termini identitari. È “cosa non ha funzionato intorno a lui”: quali porte sono rimaste chiuse, quali allarmi non sono stati presi sul serio, quali strumenti mancavano o non sono stati usati. Finché non spostiamo lì il baricentro, continueremo a commentare le tragedie senza imparare nulla di utile per evitarne altre.

La polizia canadese ha identificato il sospettato come una persona di 18 anni che si identificava come donna e ha precisato che verranno utilizzati i pronomi coerenti con l’identità dichiarata. Le autorità hanno però ribadito che non esiste, allo stato, un collegamento accertato tra identità di genere e il movente e che l’indagine è concentrata sui fattori personali, psicologici e sociali che hanno preceduto l’attacco. Nonostante questo, negli Stati Uniti e in Canada il dibattito pubblico si è rapidamente acceso sulla questione transgender. Commentatori e politici hanno tirato in ballo l’identità come chiave di lettura, mentre esperti di salute mentale e associazioni per i diritti civili hanno contestato questa impostazione, ricordando che non c’è alcuna evidenza che colleghi l’essere transgender a comportamenti violenti. Hanno invece riportato l’attenzione su temi strutturali: prevenzione del disagio giovanile, accesso ai servizi psicologici, capacità delle scuole e delle comunità di intercettare situazioni a rischio.

Sul piano istituzionale, il governo ha parlato di tragedia nazionale e ha promesso un rafforzamento degli interventi su salute mentale e sicurezza. Dal mondo educativo è arrivata la richiesta di più risorse per il supporto psicologico e per la formazione del personale nel riconoscere segnali di allarme. Le organizzazioni civiche, infine, hanno messo in guardia contro una nuova ondata di trans panic, ricordando come anche in casi precedenti – dall’omicidio Kirk in poi – la stessa scorciatoia narrativa abbia prodotto più rumore che soluzioni.