Trump guarda al Vaticano per il “Board of Peace”: l’invito al Papa e la cautela della Santa Sede sulla ricostruzione di Gaza

Donald Trump e Giorgia Meloni

Il progetto del “board of peace” immaginato dal Donald Trump per la ricostruzione di Gaza e di altre aree colpite dai conflitti si allarga e guarda anche al Vaticano. A rivelarlo è stato il Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, confermando che l’invito è arrivato direttamente al Papa e che in Vaticano è in corso una valutazione approfondita.

Interpellato a margine di un evento a Roma, Parolin ha spiegato che il presidente degli Stati Uniti “sta chiedendo a vari Paesi di partecipare” e che la richiesta non riguarda solo governi nazionali. “Anche noi abbiamo ricevuto questo invito, il Papa lo ha ricevuto, e stiamo vedendo cosa fare: stiamo approfondendo”, ha chiarito il cardinale, sottolineando come si tratti di una questione che “esige un po’ di tempo per essere considerata e per dare una risposta”. Una prudenza che riflette la tradizionale postura vaticana nei contesti di mediazione internazionale: ascolto, valutazione, nessuna decisione affrettata.

Il punto più delicato riguarda il profilo economico dell’iniziativa. Trump, secondo quanto emerso, avrebbe chiesto a diversi Paesi un contributo finanziario per sedere nel board. Su questo Parolin è stato netto: “Noi non partecipiamo da un punto di vista economico, non siamo neanche in grado di farlo”. Una precisazione che ridimensiona le aspettative su un coinvolgimento finanziario della Santa Sede e che apre a un’eventuale partecipazione di natura diversa, più coerente con il ruolo morale e diplomatico del Vaticano. “Ci troviamo in una situazione diversa rispetto agli altri Paesi”, ha aggiunto il Segretario di Stato, lasciando intendere che, se mai ci fosse un coinvolgimento, sarebbe su un piano non economico.

Il contesto resta quello di una fase internazionale particolarmente tesa. Parolin ha colto l’occasione per commentare anche i rapporti tra Stati Uniti ed Europa, definendo le tensioni “non salutari” perché contribuiscono ad aggravare una situazione già complessa. L’invito del Vaticano è a “eliminare le tensioni”, discutendo i nodi controversi senza scivolare in polemiche sterili. Un richiamo che suona come una linea di continuità con la diplomazia vaticana degli ultimi anni, orientata a tenere aperti i canali di dialogo anche nei momenti più difficili.

Da Davos, Trump ha recentemente dichiarato di “amare l’Europa” ma di non apprezzarne “la direzione”. Un giudizio che Parolin ha liquidato come un punto di vista personale, ribadendo però ciò che per la Santa Sede resta il perno imprescindibile di ogni iniziativa di pace: il rispetto del diritto internazionale e delle regole della comunità internazionale, “al di là dei sentimenti personali che sono legittimi”.

In questo quadro, l’ipotesi di un coinvolgimento del Vaticano nel “board of peace” assume un valore simbolico prima ancora che operativo. Da un lato, segnala l’ambizione della Casa Bianca di costruire una piattaforma ampia e trasversale per la ricostruzione e la stabilizzazione delle aree di crisi; dall’altro, mette in evidenza i limiti e le specificità di un’istituzione che non ragiona in termini di investimenti o ritorni economici, ma di mediazione, dialogo e principi.

La palla ora è nel campo della Santa Sede. L’approfondimento annunciato da Parolin richiederà tempo e valutazioni interne, mentre sullo sfondo restano le dinamiche geopolitiche che rendono ogni iniziativa di pace un terreno scivoloso. Se e come il Vaticano deciderà di rispondere all’invito di Trump, dirà molto non solo del futuro del “board of peace”, ma anche dell’equilibrio tra diplomazia politica e diplomazia morale in una fase storica segnata da conflitti aperti e tensioni irrisolte.