La scena è Washington, il palco è quello della prima riunione del cosiddetto “Board of Peace”, l’organizzazione internazionale voluta da Donald Trump e presentata come una sorta di alternativa alle Nazioni Unite. E l’apertura è di quelle che puntano dritte alla pancia: «Credo non ci sia mai stato niente di più potente e prestigioso». Trump saluta così il vertice, dopo alcuni accenni all’economia americana, e si mette subito addosso l’abito che preferisce: quello dell’uomo che “fa la storia” mentre gli altri, al massimo, la commentano.
Poi prova a semplificare la missione in una formula che suona insieme elementare e propagandistica: «Quello che stiamo facendo è molto semplice, pace. Si chiama Consiglio della Pace, e si basa su una parola facile da dire ma difficile da produrre, pace». Il concetto, ripetuto e ribattuto, è che il Board non sarebbe un organismo “in più”, ma un organo in grado di controllare e indirizzare perfino il sistema internazionale esistente. La frase più pesante, infatti, arriva poco dopo: il Board, spiega Trump, alla fine «vigilerà sulle Nazioni Unite e si assicurerà che funzionino correttamente». Non una collaborazione, non un supporto: una sorveglianza. Una visione gerarchica, con l’Onu messa in cattedra e, insieme, messa sotto tutela.
Il discorso, però, non resta lì. Come spesso accade, la traiettoria si spezza e diventa una carrellata: economia, dazi, relazioni personali, elogi ai leader presenti e a quelli “che hanno fatto la scelta giusta”. Trump, secondo il resoconto, divaga da Gaza al resto, elencando e lodando le figure in sala, vantandosi anche dell’endorsement dato ad alcuni di loro. Cita Milei e Orban, e sull’ungherese piazza una nota che suona come una stoccata a mezza Europa: «Non tutti in Europa apprezzano questo endorsement, ma va bene così, sta facendo un ottimo lavoro sull’immigrazione a differenza di altri Paesi che si sono fatti del male da soli». Nel mezzo, la chiusura di facciata: «Abbiamo un ottimo rapporto con l’Europa e con la Nato». Un colpo al cerchio e uno alla botte, con la consueta inclinazione a far capire chi, secondo lui, merita un complimento e chi invece deve prendersi la ramanzina.
A rendere il quadro ancora più spigoloso c’è l’elenco di “aderenti” e “furbi”. Trump dice che «quasi tutti hanno accettato» l’invito nel Board of Peace e aggiunge che quelli che non l’hanno fatto «lo faranno». Poi la frase che trasforma l’adesione in una prova di obbedienza: «Alcuni stanno un po’ facendo i furbi ma non funziona, non potete fare i furbi con me». Non un invito, ma un avvertimento con sorriso incorporato. Una porta aperta, ma con lo stipite già inclinato in una direzione.
Sul piano operativo, Trump annuncia che la Norvegia «ha accettato di ospitare un evento che riunirà il Consiglio di pace». E mentre lo dice infila anche la battuta che sembra scritta per diventare titolo: «Pensavo che stessero per dire che mi assegnavano il Premio Nobel, ma non mi importa, mi importa salvare vite». L’autoironia è quella tipica del personaggio: si nega il premio e nello stesso respiro se lo mette davanti agli occhi, come se fosse un oggetto sul tavolo. Il messaggio, per chi ascolta, è doppio: io sono “quello della pace”, e se non mi date il Nobel è perché non lo capite.
C’è anche un capitolo economico: Trump comunica che una serie di Paesi si è impegnata a versare complessivamente oltre sette miliardi di dollari, precisando però che la stima per la sola ricostruzione di Gaza sarebbe di oltre cinquanta miliardi. Anche qui la retorica è riconoscibile: annunciare una cifra importante, ma lasciar intendere che è solo l’inizio, e quindi che serve il “metodo Trump” per arrivare al risultato.
Poi arriva l’affondo geopolitico più netto della giornata: l’Iran. Trump dice che con Teheran serve un «accordo significativo» o «succederanno cose brutte». E mette una scadenza che suona come countdown: «Scopriremo cosa succede con l’Iran tra circa 10 giorni». Il presidente insiste che l’Iran «non può continuare a minacciare la stabilità dell’intera regione» e prova a incorniciare la pressione come un bivio: «Ora è il momento per l’Iran di unirsi a noi su un percorso che completerà ciò che stiamo facendo. Se si uniranno a noi, sarà un’ottima cosa. Se non si uniranno a noi, andrà bene lo stesso ma sarà un percorso molto diverso». Anche qui, la parola che conta non è “pace”, è “diverso”: la promessa implicita è che la diplomazia ha un margine limitato e che la prossima pagina potrebbe essere scritta con altri strumenti.
Non manca un passaggio curioso sul branding, quasi da retroscena di Palazzo: Trump afferma che «dare il mio nome all’Istituto della pace di Washington è stata un’iniziativa di Marco Rubio, io non c’entro niente». È la classica frase che prova a smontare l’idea di autocelebrazione e, nello stesso tempo, la certifica. Perché se davvero “non c’entra”, allora perché dirlo? In un discorso già pieno di “io”, quel “non c’entro” suona come l’ennesimo modo per restare al centro.
In chiusura resta un’impressione complessiva: il Board of Peace viene presentato come macchina di pace, ma raccontato con il linguaggio del controllo, della forza e della competizione. “Vigilerà sull’Onu”. “Non potete fare i furbi con me”. “Tra dieci giorni vedremo cosa succede con l’Iran”. Il tutto mentre si alternano elogi, frecciate, promesse di soldi e battute sul Nobel.
È un discorso che procede per scarti, che cambia tema senza transizioni e che però, proprio per questo, lascia in mano alcuni ganci fortissimi: l’idea di un organismo internazionale a marchio Trump, la pretesa di mettere l’Onu sotto sorveglianza, e una scadenza secca sull’Iran. Se l’obiettivo era dominare il ciclo delle notizie, il messaggio è arrivato: il “Consiglio della Pace” nasce già come arena di potere. E la pace, in questa narrazione, somiglia più a un trofeo da esibire che a un processo da negoziare.
Resta però un elemento che ridimensiona l’enfasi iniziale. Il Board of Peace, per ora, non include nessuna delle principali potenze globali. Non figurano Stati Uniti esclusi dal ruolo centrale, ma mancano Cina, Russia, India, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone. L’elenco degli aderenti comprende Paesi come Israele, Arabia Saudita, Egitto, Argentina, oltre a numerosi Stati del Medio Oriente e dell’Asia occidentale: Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Pakistan. Hanno aderito anche Stati dell’Asia centrale e del Sud-Est asiatico come Kazakistan, Uzbekistan, Mongolia, Cambogia, Indonesia e Vietnam, nonché alcuni Paesi europei quali Albania, Bielorussia, Bulgaria, Ungheria e Kosovo. Dall’America Latina risultano Argentina, El Salvador e Paraguay, mentre per il Nord Africa figurano Egitto e Marocco.
Un perimetro diplomatico che fotografa una specie di armata Brancaleone, che vede seduti allo stesso tavolo anche nomi perlomeno discussi a livello internazionale, tra cui il segretario generale del Partito comunista vietnamita To Lam, il primo ministro cambogiano Hun Manet e il presidente indonesiano Prabowo Subianto. Il presidente argentino Javier Milei è atteso a Washington per prendere parte all’incontro, mentre Israele sarà rappresentato dal ministro degli Esteri Gideon Saar dopo l’adesione firmata dal premier Benjamin Netanyahu. Più che un board sembrerebbe un comitato d’affari. Una rete di alleanze e simpatie politiche, ma che difficilmente può essere definito, almeno allo stato attuale, il “board più potente e prestigioso della storia”. Forse è un pochino esagerato promuovere a vertice globale un consesso che non vede sedute attorno allo stesso tavolo le grandi capitali del pianeta.
La pace, evocata come parola semplice e universale, si misura anche con il peso degli interlocutori. E oggi, nel Board voluto da Trump, i grandi assenti contano più dei presenti.







