Trump non ha vinto affatto: dalla minaccia di cancellare l’Iran alla tregua forzata, il tycoon si è infilato da solo in un vicolo cieco

Washington, proteste contro la guerra, Ipa @lacapitalenews.it

Donald Trump proverà a venderla come un capolavoro negoziale, come la prova definitiva che le sue minacce, i suoi strappi, i suoi ultimatum e il suo modo da sceriffo fuori controllo servono a piegare gli avversari. Ma la realtà, almeno a guardare i fatti di queste ore, racconta una storia molto diversa. Trump non ha vinto. È semplicemente riuscito a mettersi all’angolo da solo, alzando il livello dello scontro fino a evocare la cancellazione di un’intera civiltà e poi ripiegando su una tregua di due settimane che, allo stato, consegna all’Iran molto più di quanto la Casa Bianca fosse partita chiedendo.

Il primo dato da tenere fermo è questo: il presidente americano aveva chiarito fin dall’inizio che l’obiettivo politico della nuova offensiva era il cambio di regime a Teheran. Non solo bombardare, non solo intimidire, non solo colpire infrastrutture strategiche. Trump aveva lanciato un messaggio preciso, quasi un appello diretto alla popolazione iraniana: ribellatevi, riprendetevi il Paese, mettete fine al potere degli ayatollah. Era una linea aggressiva, pericolosa, ma almeno coerente con la retorica iniziale della Casa Bianca.

Poi però la guerra ha cominciato a produrre effetti che Washington non aveva evidentemente calcolato fino in fondo. Quando l’Iran ha risposto toccando il nervo scoperto dello Stretto di Hormuz, il quadro è cambiato di colpo. A quel punto la priorità non è più sembrata la caduta del regime, ma la riapertura del corridoio energetico più sensibile del pianeta. E quando una superpotenza passa dal promettere la resa totale dell’avversario al cercare disperatamente una via d’uscita per spegnere la crisi energetica, parlare di vittoria diventa piuttosto complicato.

Trump, l’Iran e la tregua che sa di retromarcia

La tregua di due settimane viene presentata dal presidente americano come un passaggio tattico, l’ennesima dimostrazione della sua imprevedibilità calcolata. Il solito copione: fare paura, alzare l’asticella fino al punto di rottura, far credere di essere pronto a tutto e poi ottenere il tavolo negoziale. Solo che questa volta il tavolo, guardandolo da vicino, non sembra affatto apparecchiato secondo i desideri della Casa Bianca.

Perché se davvero i dieci punti proposti da Teheran costituiscono la base accettata per il negoziato, allora il quadro è chiarissimo. Il regime iraniano non solo non cade, ma esce addirittura riconosciuto come interlocutore legittimo per la definizione del futuro del Paese e della regione. È già questo, da solo, un ribaltamento clamoroso rispetto alla narrazione di partenza. Trump aveva lasciato intendere che gli ayatollah fossero arrivati al capolinea. Oggi invece si ritrova a trattare con loro, e non da una posizione di evidente superiorità politica.

Il secondo elemento riguarda il controllo di Hormuz. Gli attacchi americani hanno indebolito le forze armate iraniane, certo, ma non le hanno messe in ginocchio. Al contrario, Teheran ha dimostrato di poter colpire il punto esatto in cui l’Occidente diventa vulnerabile: il traffico energetico globale. Se la riapertura dello Stretto dovesse avvenire nei termini suggeriti dalla proposta iraniana, con una centralità di fatto della Repubblica islamica nel controllo di quella rotta, allora il risultato strategico sarebbe enorme. Altro che isolamento: gli ayatollah si ritroverebbero padroni di un rubinetto decisivo per l’economia mondiale.

I dieci punti di Teheran raccontano una vittoria iraniana

È qui che l’analisi dei contenuti diventa decisiva. Le condizioni iraniane, così come vengono descritte, non hanno il sapore di una resa. Hanno il sapore di una trattativa condotta da chi sa di aver resistito abbastanza da costringere l’avversario a frenare. Il regime resta in piedi, ottiene di continuare a esistere come soggetto politico legittimo e si tiene aperto il diritto a proseguire l’arricchimento dell’uranio, sia pure formalmente per usi civili.

Ed è questo uno dei passaggi più esplosivi. Perché se la guerra era stata giustificata anche con la necessità di fermare la corsa iraniana verso la soglia atomica, accettare come base negoziale il diritto a continuare l’arricchimento significa ammettere che quell’obiettivo, oggi, non è stato davvero raggiunto. Si potrà discutere sui limiti, sui controlli, sulle formule diplomatiche, ma il punto politico resta lì, nudo e scomodissimo: l’Iran non viene disarmato del tutto sul piano nucleare, e anzi conserva lo spazio per rivendicare un diritto che era precisamente uno dei nodi più contestati.

A questo si aggiungono altri punti che fanno impressione. La richiesta di fine delle sanzioni economiche, quella delle riparazioni per i danni di guerra, la cancellazione delle risoluzioni ostili in sede Onu e Aiea, il vincolo a non attaccare più il Paese. Se questa è davvero la base del negoziato, la domanda diventa devastante per Trump: perché hai voluto la guerra, se poi sei costretto a discutere su condizioni che somigliano molto più a una sopravvivenza rafforzata del regime che a una sua capitolazione?

Israele, il cambio di regime svanito e il conto politico per Trump

C’è poi un’altra contraddizione gigantesca, e riguarda Israele. L’impianto iniziale della guerra, almeno nella sua versione più aggressiva, lasciava intendere una convergenza piena tra la Casa Bianca e la linea dura di chi puntava a ridisegnare gli equilibri dell’intera area. Se però il punto d’arrivo provvisorio è una tregua in cui Teheran resta in sella, Hezbollah deve smettere di essere colpito e il sistema iraniano ottiene perfino margini di recupero sul piano diplomatico, allora diventa difficile capire come questa conclusione possa essere accolta come soddisfacente da chi aveva scommesso sulla piegatura definitiva della Repubblica islamica.

Trump potrà obiettare che il negoziato si aprirà anche sui suoi quindici punti, più punitivi e più duri, e che in caso di stallo gli attacchi potrebbero riprendere. Ma intanto il dato politico è già scritto: nella fase in cui avrebbe dovuto apparire irresistibile, il presidente americano ha accettato una tregua che non gli consegna praticamente nulla di ciò che aveva promesso all’inizio dei bombardamenti.

E c’è di più. Questo stop non nasce in un vuoto strategico, ma sotto la pressione di un costo crescente. La crisi energetica ha iniziato a mordere, la base Maga non è stata certo eletta per aprire una nuova guerra infinita in Medio Oriente, e l’idea di una spirale incontrollabile, persino con il fantasma atomico sullo sfondo, ha cominciato a rendere politicamente tossico ciò che in un primo momento Trump aveva venduto come prova di forza.

Alla fine, quindi, la questione è molto più semplice di quanto la propaganda trumpiana voglia far credere. No, Trump non ha vinto. Ha minacciato l’apocalisse, ha fatto capire di volere il cambio di regime, ha spinto il mondo sull’orlo di una crisi enorme e poi si è fermato quando ha capito che la guerra stava producendo effetti ingestibili, economici prima ancora che militari. La tregua di due settimane non è il trofeo del vincitore. È il corridoio stretto di chi cerca di uscire da un conflitto senza ammettere di essersi spinto troppo oltre.

Se poi da queste due settimane nascerà un accordo definitivo, si potrà giudicare meglio. Ma allo stato dei fatti la fotografia è già piuttosto netta. Gli ayatollah non sono caduti, l’Iran non è stato piegato, Hormuz resta il grande ricatto strategico sul tavolo, il nucleare non viene azzerato e Trump si ritrova a trattare dopo aver promesso la distruzione. Chiamarla vittoria, francamente, richiede una fantasia che nemmeno lui, stavolta, sembra riuscire a imporre del tutto.