Trump si gioca tutto nel 2026: il blitz in Venezuela, la paura dell’impeachment e la sfida mortale delle Midterm

Nel 2026 Donald Trump non gioca una partita qualsiasi: gioca la sua sopravvivenza politica. Lo dice senza giri di parole ai deputati repubblicani, convocati a Washington in un incontro che ha il sapore di un’adunata di emergenza più che di un semplice kick-off elettorale. «Dovete vincere le elezioni di Midterm, altrimenti troveranno una scusa per mettermi sotto impeachment». Non è una battuta, non è una provocazione. È la fotografia di un presidente che sa benissimo cosa succede alla Casa Bianca quando il Congresso cambia colore.

Trump apre così la stagione elettorale più delicata del suo mandato, con un obiettivo chiarissimo: evitare di diventare un’anatra zoppa già a metà strada. A novembre verrà rinnovata interamente la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. La storia recente non è dalla sua parte: dal 2006 in poi, ogni presidente in carica ha perso seggi alle Midterm. E oggi il margine è sottilissimo. Alla Camera, i repubblicani tengono una maggioranza fragile, ulteriormente indebolita da defezioni, tensioni interne e dalla scomparsa improvvisa di Doug LaMalfa, storico deputato conservatore.

In questo quadro, Trump sceglie di partire da lontano. Non dall’economia, non dal costo della vita, non dall’inflazione che continua a preoccupare gli americani. Parte dal Venezuela. Dal blitz che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Lo definisce «brillante tatticamente», elogia i militari, ribadisce un concetto che torna come un mantra: «Nessuno può batterci». E soprattutto chiarisce che sarà Washington a decidere il futuro del Paese sudamericano.

È una scelta politica precisa. Il Venezuela serve a Trump per più ragioni. Serve a mostrare forza, a ribadire l’immagine dell’America che comanda, a parlare a quella parte dell’elettorato repubblicano che non ha mai digerito l’idea di un’America “debole” sul piano internazionale. Serve anche a distogliere l’attenzione da un terreno molto più scivoloso: quello interno, dove i numeri non sono così rassicuranti.

I dati d’opinione raccontano infatti una realtà più complessa di quella evocata dal palco. Un sondaggio condotto da Associated Press-NORC fotografa un Paese spaccato: solo il 40% degli americani approva l’operazione militare in Venezuela, una percentuale identica a quella dei contrari. Ma il dato che preoccupa davvero la Casa Bianca è un altro: appena un repubblicano su dieci vuole che l’amministrazione resti impegnata a lungo a Caracas.

È il cortocircuito trumpiano. Il blitz galvanizza l’ala interventista, ma irrita la base Maga più pura, quella isolazionista che ha sempre visto con sospetto le “avventure all’estero”. Per molti elettori che hanno sostenuto Trump proprio per il suo “America First”, il Venezuela rischia di sembrare l’ennesimo pantano lontano, inutile, costoso.

Non a caso, mentre Trump alza i toni sulla politica estera, i sondaggi mostrano che gli elettori stanno guardando altrove. Nell’anno elettorale, i conflitti internazionali scivolano in fondo alla lista delle priorità. Solo un quarto degli americani cita Russia e Medio Oriente tra i cinque temi chiave. Un anno fa erano oltre il 30%. Oggi dominano economia, prezzi, sanità, lavoro. Ed è su questi temi che Trump, subito dopo l’affondo venezuelano, invita i suoi a concentrarsi: politiche di genere, sanità, affordability, come le chiama lui.

Il problema è che il tempo stringe. Con una Camera ostile, Trump sa di essere vulnerabile. Lo ha già vissuto. Sa che un Congresso controllato dai democratici può bloccare l’agenda, aprire commissioni d’inchiesta, riesumare dossier, trasformare ogni inciampo in un caso politico. L’impeachment non è una paranoia: è uno spettro che aleggia ogni volta che la maggioranza si assottiglia.

Non sorprende allora che il presidente alterni momenti di aggressività politica a parentesi quasi autoironiche. Nel discorso fiume – 84 minuti, spesso fuori dal copione – trova spazio perfino una riflessione su Melania Trump. «Non le piace quando ballo in pubblico, dice che è poco presidenziale», racconta citando le ormai iconiche mosse finali sulle note di Ymca. Poi chiosa: «Eppure sono presidente». È Trump allo stato puro: consapevole del personaggio, deciso a usarlo fino in fondo.

Ma dietro lo show, la partita è seria. Il Senato riceverà un briefing dettagliato sull’operazione in Venezuela e già si parla di una possibile risoluzione per vincolare qualsiasi nuovo ricorso alla forza. Segnali che indicano nervosismo, non compattezza. E mentre Trump ostenta ottimismo, promettendo una «epica vittoria» contro ogni pronostico, i numeri suggeriscono cautela.

Il 2026, per Trump, non è solo un passaggio elettorale. È il bivio tra un secondo tempo da presidente pienamente operativo e una lunga, estenuante fase di logoramento istituzionale. Il blitz in Venezuela, in questo senso, non è un episodio isolato: è un tassello di una strategia che mescola forza, paura e mobilitazione permanente. Funzionerà? Per ora divide. E quando un presidente divide più di quanto unisca, la strada verso le Midterm diventa improvvisamente molto più stretta.