Trump spinge sulla Groenlandia, l’Europa trema: «Se attaccate un Paese Nato, l’Alleanza finisce»

Non c’è del marcio in Danimarca, ma qualcosa di profondamente inquietante nella retorica che arriva da Washington. A dirlo, senza più cautele diplomatiche, è Mette Frederiksen, che sceglie parole durissime per bollare le continue pressioni di Donald Trump sulla Groenlandia. «Un attacco irragionevole alla comunità internazionale», lo definisce. E aggiunge la frase che più di tutte risuona come un allarme globale: se gli Stati Uniti arrivassero ad attaccare o forzare un altro Paese Nato, «allora tutto finisce». L’Alleanza Atlantica, la sicurezza costruita dal dopoguerra, l’architettura stessa dell’Occidente.

Non è uno sfogo, ma un grido di aiuto. Frederiksen parla agli alleati europei, chiede compattezza, avverte che il rischio non è astratto. «Trump fa sul serio», ripete. Lo ha dimostrato in Venezuela, insiste la premier, e ora continua a farlo con una retorica sempre più esplicita sull’isola artica: «La Groenlandia non difende adeguatamente il suo territorio. Navi russe e cinesi fanno quello che vogliono. Ai danesi chiediamo da tempo di cambiare atteggiamento, ma finora hanno solo comprato una slitta da neve».

Parole che a Copenaghen vengono vissute come un’intimidazione diretta. Perché la Groenlandia non è un lembo di terra lontano e marginale: è territorio danese, seppur dotato di ampia autonomia, ed è parte integrante dello spazio Nato. Metterla in discussione significa incrinare un principio fondante dell’ordine internazionale: la sovranità degli Stati.

Il fronte europeo, questa volta, non resta in silenzio. Persino Keir Starmer, solitamente attentissimo a non irritare Trump, rompe la consuetudine. In un momento delicatissimo, segnato dalle trattative sull’Ucraina e dal vertice dei cosiddetti Volenterosi a Parigi, Londra avrebbe preferito tenere la Groenlandia fuori dall’agenda. Ma la pressione americana è diventata troppo evidente. «La Groenlandia e la Danimarca devono decidere, nessun altro», dice Starmer. «Sono al fianco di Frederiksen». Una presa di posizione che pesa, anche perché la Danimarca è parte della Joint Expeditionary Force, l’alleanza militare nordica a guida britannica.

Sulla stessa linea si schierano Parigi, Berlino e Madrid. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot è netto: «La Groenlandia non è né da prendere né da vendere. È un territorio europeo». Il premier spagnolo Pedro Sánchez parla di «principio non negoziabile» quando si tratta di sovranità e integrità territoriale. Da Berlino, il capo della diplomazia Johann Wadephul prova a mantenere un filo di dialogo: «Siamo pronti a discutere con gli Stati Uniti su come rafforzare la sicurezza dell’isola, ma sempre nell’ambito Nato». Anche l’Unione Europea ribadisce il concetto chiave: difesa della sovranità, soprattutto quando riguarda un membro dell’Ue.

A Nuuk, la capitale groenlandese, la tensione è palpabile. Il leader locale Jens-Frederik Nielsen non nasconde l’irritazione: «Basta con queste fantasie. Siamo disposti a discutere, ma solo nel rispetto delle norme internazionali. Questa retorica minacciosa non dovrebbe esistere tra Paesi amici». Parole che suonano come una dichiarazione di identità: «La Groenlandia è la nostra casa e tale rimarrà».

L’isola più grande del mondo conta appena 60mila abitanti ed è territorio semi-autonomo, ma il suo peso geopolitico è enorme. Durante la Seconda guerra mondiale furono proprio gli americani a sottrarla all’orbita nazista, per poi riconsegnarla a Copenaghen a conflitto finito. Oggi, però, lo scenario è cambiato. La Groenlandia è centrale nel controllo delle rotte artiche, ospita installazioni strategiche per i sistemi di difesa missilistica statunitensi ed è ricchissima di terre rare, risorse cruciali per ridurre la dipendenza occidentale dalla Cina.

È qui che si innesta la preoccupazione europea. Perché dietro le parole di Trump si intravede una visione del mondo basata sulla forza e sull’interesse immediato. Un messaggio del Dipartimento di Stato americano, diffuso nelle ultime ore, ha gelato molte cancellerie: «Questo emisfero è nostro», con l’ultima parola evidenziata in rosso. Una frase che riecheggia la dottrina delle sfere d’influenza, più che il linguaggio degli alleati.

Nel Parlamento danese, la deputata groenlandese Aaja Chemnitz non usa giri di parole: «Prepariamoci al peggio». Perché se la Groenlandia diventa il banco di prova di un nuovo unilateralismo americano, l’Europa rischia di scoprire quanto fragile sia l’equilibrio su cui ha fondato la propria sicurezza negli ultimi settant’anni.

Il braccio di ferro è appena cominciato. Ma una cosa, ormai, è chiara: l’isola artica non è più solo un punto sulle mappe militari. È il simbolo di un ordine internazionale che scricchiola, sotto la pressione di chi è disposto a ridefinirlo con la forza.