Iran, direttrice intelligence Usa smentisce Trump e incrina la linea della Casa Bianca: «C’erano minacce? Quello lo decide solo il presidente»

Tulsi Gabbard – ipa @lacapitalenews.it

Donald Trump continua a parlare come se bastasse un post per rimettere in riga il mondo. Gli alleati che non si sono allineati alla richiesta americana di contribuire alla sicurezza nello stretto di Hormuz sono finiti nel mirino del presidente, che negli ultimi giorni ha alternato muscoli, sarcasmo e irritazione. Da una parte ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti non avrebbero bisogno dell’aiuto di nessuno; dall’altra ha continuato a premere su partner europei e asiatici perché si assumano parte del costo militare e politico di una guerra che Washington ha acceso e che ora fatica a condividere davvero con gli altri. Reuters riferisce che Trump ha criticato apertamente i governi alleati per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni e che il tema di Hormuz è diventato uno dei principali terreni di scontro con Europa e Giappone.

Ma il problema, ormai, non è soltanto fuori dagli Stati Uniti. È dentro la macchina trumpiana. Ed è qui che la giornata di Tulsi Gabbard, direttrice della intelligence Usa, ha assunto un peso che va oltre la singola audizione al Senato. Perché quando una figura chiave della sicurezza nazionale evita di confermare la tesi presidenziale della “minaccia immediata” iraniana, la frattura non è più una suggestione da retroscenista: diventa materia politica.

Gabbard, Trump e la minaccia iraniana che non torna

Nel corso dell’audizione davanti alla commissione Intelligence del Senato, Gabbard ha difeso il bilancio militare dell’operazione americana contro l’Iran, definendola un successo strategico e ribadendo che, secondo la valutazione dell’intelligence, il programma di arricchimento nucleare iraniano sarebbe stato devastato dai raid Usa e non risulterebbe ricostruito. Ma quando i senatori hanno cercato di portarla sul nodo decisivo, cioè se Teheran rappresentasse davvero una minaccia imminente tale da giustificare l’azione di Trump, la risposta non è arrivata nei termini attesi dalla Casa Bianca. Gabbard ha evitato di certificare pubblicamente quella formula e ha sostenuto che a stabilire cosa sia o non sia una minaccia spetti al presidente. Una frase prudente in superficie, ma politicamente esplosiva nella sostanza.

Il punto è tutto qui

La Casa Bianca continua a difendere la guerra come una necessità strategica, ma una parte della sua stessa architettura istituzionale non sembra più disposta a intestarsi fino in fondo la stessa versione dei fatti. E questo accade mentre il rapporto annuale sulle minacce globali presentato dall’intelligence ha acceso altre polemiche, perché ha insistito su vari rischi internazionali ma ha escluso minacce straniere attuali alle elezioni di midterm, attirando le critiche del senatore Mark Warner. In quel contesto, l’audizione su Iran e poteri presidenziali si è trasformata in qualcosa di più ampio: una verifica sulla credibilità dell’intero apparato di sicurezza nazionale sotto Trump.

La guerra con l’Iran presenta il conto a Washington

Mentre a Washington si combatte la guerra delle parole, dal fronte arriva quella delle bare. Trump è tornato a Dover, in Delaware, per partecipare al trasferimento solenne delle salme di sei militari americani morti nello schianto di un KC-135 avvenuto nell’Iraq occidentale. Secondo Associated Press, si tratta della seconda visita del presidente a Dover da quando il conflitto con l’Iran è iniziato il 28 febbraio, e il bilancio delle vittime statunitensi è salito ad almeno tredici, con circa duecento feriti. La cerimonia si è svolta in forma privata su richiesta delle famiglie.

Questo dato pesa più di ogni slogan

Perché ricorda che la guerra non è più soltanto una postura da social network o una prova di forza geopolitica: è un conflitto che comincia a mordere anche la società americana, i reparti, il consenso. Reuters aggiunge che l’amministrazione sta valutando ulteriori rinforzi militari nella regione, anche per garantire la sicurezza delle rotte energetiche e dello stretto di Hormuz, mentre il blocco iraniano dello snodo ha già prodotto effetti pesanti sui mercati e sulle forniture globali. Sempre Reuters sottolinea che circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale passa da quell’area, oggi investita da un rischio strutturale molto più alto.

Alleati irritati, nomine difficili e tensione nel mondo Maga

Trump se la prende con gli alleati perché non lo seguono, ma il problema è che i suoi alleati politici interni non marciavano compatti neppure prima. La guerra con l’Iran ha aggravato una tensione già evidente dentro l’universo Maga, dove convivono falchi interventisti, isolazionisti di vecchia scuola e fedelissimi pronti a piegare ogni posizione alle necessità del giorno. Lo si è visto anche in Senato, dove i repubblicani hanno respinto una risoluzione democratica sui war powers che avrebbe limitato la libertà d’azione del presidente verso l’Iran: il provvedimento è stato bocciato, ma il voto ha mostrato che la questione non è chiusa nemmeno nel campo conservatore, tanto che Rand Paul è stato l’unico repubblicano a schierarsi con i democratici.

Nello stesso clima si inserisce anche la partita sulle nomine

Dopo l’uscita di scena di Kristi Noem dal dipartimento per la Sicurezza interna, la Casa Bianca ha spinto sulla candidatura del senatore repubblicano Markwayne Mullin, ma le sue audizioni sono state aspre e conflittuali, soprattutto per il duro confronto con Rand Paul. Reuters e il Guardian raccontano che il giudizio sul suo profilo resta segnato non solo dai contrasti personali, ma anche da dichiarazioni controverse rilasciate in passato e poi corrette o ridimensionate. È il segnale di un’amministrazione costretta sempre più spesso a spendere energie per reggere le conseguenze delle proprie accelerazioni.

Il copione di Trump

Intanto Trump continua a muoversi secondo il suo copione: minaccia, rilancia, sposta il bersaglio. Nelle stesse ore in cui attaccava i partner riluttanti e lasciava intendere che la protezione di Hormuz potrebbe diventare un problema altrui, ha anche rivendicato la libertà d’azione americana e ha avvertito Teheran di non colpire il Qatar dopo l’attacco israeliano al giacimento di South Pars. Reuters segnala che il presidente ha parlato apertamente del rischio di ulteriori rappresaglie e di possibili nuove mosse militari, mentre il conflitto produce effetti diretti sui prezzi energetici e sulle catene di approvvigionamento.

Il dato politico

Il dato politico, però, resta uno: la frase più pericolosa per Donald Trump non l’ha pronunciata un democratico, né un commentatore ostile, né un alleato europeo spazientito. L’ha suggerita, per omissione e per cautela, una donna che lui stesso ha voluto in un posto chiave. E quando la direttrice dell’intelligence non si sente di dire chiaramente che l’Iran fosse una minaccia immediata, allora il problema non è più soltanto la guerra. È la narrazione con cui quella guerra è stata venduta agli americani.