Venezuela, come tutto è iniziato: la road map di Trump per prendersi il petrolio e indebolire la Cina

Quello che è accaduto in Venezuela nelle ultime ore non nasce dal nulla. Non è un fulmine a ciel sereno, né un’improvvisa accelerazione dettata dall’emergenza. È piuttosto il punto di arrivo di un crescendo di tensioni che si è sviluppato nel tempo, attraverso una sequenza di atti politici e militari messi in campo dagli Stati Uniti (anzi, più precisamente da Trump visto che molte sue decisioni non passano dal Congresso) che hanno progressivamente ristretto il campo delle alternative, fino a rendere lo scontro quasi inevitabile agli occhi degli Usa.

Già a metà settembre scorso Trump aveva attaccato diverse imbarcazioni di presunti trafficanti di droga nel Mar dei Caraibi. Anche quello, un atto violento che ha di fatto già superato lo stato di diritto. Quei narcotrafficanti dovevano essere processati, non uccisi da un governo. A seguire, il massiccio dispiegamento di navi da guerra statunitensi al largo delle coste venezuelane – il più consistente nella regione da decenni – aveva segnalato un cambio di passo evidente. Ufficialmente, tutto rientrava in una strategia di contrasto al narcotraffico, ridefinito dall’amministrazione di Donald Trump come “minaccia terroristica”. Una definizione che ha avuto un peso politico e giuridico rilevante.

In questo quadro si colloca la direttiva firmata ad agosto, che autorizzava l’uso della forza contro i cartelli della droga, e le successive operazioni militari nei Caraibi. Azioni che avevano già sollevato interrogativi seri sul piano del diritto e della legittimità istituzionale, anche all’interno dello stesso campo repubblicano, per l’assenza di un mandato esplicito del Congresso. Con l’arresto di Nicolás Maduro, però, la traiettoria degli eventi appare più leggibile: l’accusa di narcoterrorismo ha fornito la cornice formale, ma l’obiettivo reale sembra essere stato eminentemente politico. Forzare un cambio di regime a Venezuela.

Dietro l’attacco americano si muovono infatti più livelli di motivazione. Sul piano politico, Caracas è da tempo un bersaglio dichiarato dell’amministrazione Trump, che ha sempre letto il chavismo come un avversario strategico e ideologico. Sul piano geopolitico, il Venezuela è diventato un nodo sensibile della competizione globale: ridurne l’autonomia significa limitare l’influenza di Cina e Russia in America Latina e riaffermare il ruolo degli Stati Uniti in una regione che Washington considera storicamente centrale.

C’è poi una dimensione economica che difficilmente può essere ignorata. Le riserve petrolifere venezuelane, le più grandi al mondo, rappresentano un fattore decisivo sia in termini di sicurezza energetica sia di equilibri di mercato. Non a caso Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti saranno “fortemente coinvolti” nell’industria petrolifera venezuelana, sottolineando che “non possono correre il rischio di lasciare che qualcun altro ne prenda il controllo”. Parole che chiariscono come il dossier energetico sia parte integrante della strategia complessiva.

Resta aperta, invece, la questione politica interna venezuelana. Trump non ha chiarito se e come gli Stati Uniti sosterranno l’opposizione e la leader María Corina Machado, lasciando volutamente in sospeso il disegno di lungo periodo. Ed è proprio questo vuoto a rendere la fase attuale particolarmente delicata. L’arresto di Maduro chiude un capitolo, ma non offre automaticamente una soluzione.

La domanda di fondo, allora, va oltre il giudizio sul regime chavista, da anni al centro di critiche per autoritarismo e repressione. Riguarda il metodo e le conseguenze. Se l’obiettivo dichiarato è la stabilità e una transizione politica, l’uso della forza come strumento principale rischia di produrre l’effetto opposto: frammentazione, radicalizzazione, nuove tensioni regionali. I recenti tentativi di “esportare la democrazia” vanno proprio in questa direzione.

Il Venezuela diventa così il laboratorio di una scelta più ampia, che riguarda l’ordine internazionale. Non solo chi governa un Paese, ma come si decide di intervenire per cambiarlo. È su questo crinale che si misura il passaggio dalla crisi annunciata a una nuova fase, le cui ricadute, oggi, restano ancora tutte da comprendere.