C’è una costante nella politica estera degli Stati Uniti che attraversa i decenni, i presidenti e persino le ideologie dichiarate: quando un Paese ricco di risorse decide di sottrarsi al controllo di Washington, diventa improvvisamente una minaccia globale. Il Venezuela incarna oggi questa dinamica in modo quasi didascalico. Dietro il linguaggio edulcorato dei diritti umani e della democrazia si muove una macchina di pressione economica, diplomatica e mediatica che ha un obiettivo preciso: riportare Caracas nell’orbita degli interessi statunitensi, a partire dal controllo del petrolio.
Gli Stati Uniti non stanno “aiutando” il Venezuela. Lo stanno punendo. E lo fanno con strumenti che permettono di evitare l’impopolarità di una guerra aperta, ma che producono effetti altrettanto devastanti. Le sanzioni non sono un atto neutro né “mirato”: sono un’arma politica che colpisce l’intera struttura economica del Paese, paralizzando il settore petrolifero — cuore dell’economia venezuelana — e rendendo quasi impossibile l’accesso a mercati, finanziamenti e tecnologie. È una forma di assedio moderno, più silenziosa dei bombardamenti, ma non meno crudele.
Il punto centrale, quello che raramente viene detto con chiarezza nei media occidentali, è che il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere certificate del pianeta. Una ricchezza immensa, strategica, che in un mondo segnato da crisi energetiche e competizione tra potenze rappresenta una posta troppo alta per essere lasciata fuori dal controllo statunitense. Non è un caso che la rottura definitiva tra Washington e Caracas si sia consumata quando il governo venezuelano ha rafforzato il controllo statale sulle risorse energetiche e diversificato i propri partner internazionali, guardando a Cina e Russia.
Da quel momento, il Venezuela è stato progressivamente trasformato nel “nemico ideale”: un Paese da demonizzare, isolare e usare come monito per chiunque osi sfidare l’ordine economico imposto. La narrativa è semplice e ripetuta ossessivamente: crisi economica uguale fallimento del socialismo, autoritarismo uguale illegittimità del governo, sofferenza della popolazione uguale necessità di intervento. Una narrazione che omette sistematicamente il ruolo attivo delle sanzioni nel creare e aggravare quella stessa crisi. È un meccanismo perverso e profondamente ipocrita. Gli Stati Uniti contribuiscono direttamente al collasso economico di un Paese e poi usano quel collasso come giustificazione morale per continuare a intervenire. Prima si strangola, poi si accusa la vittima di non respirare abbastanza bene. Il tutto mentre si parla di “libertà” e “valori occidentali”.
Naturalmente il governo venezuelano non è innocente. Errori politici, autoritarismo, clientelismo e corruzione hanno minato la credibilità e l’efficacia dello Stato. Ma il punto non è assolvere Caracas: è smascherare l’uso strumentale di queste criticità da parte di una potenza che non ha alcun interesse reale per la democrazia venezuelana. Se così fosse, Washington non sosterrebbe regimi repressivi in altre parti del mondo, purché garantiscano stabilità e accesso alle risorse.
La storia dell’America Latina parla chiaro. Ogni tentativo di affermare una sovranità economica autonoma è stato accolto con colpi di Stato, invasioni, embarghi e destabilizzazioni. Dal Cile di Allende al Nicaragua sandinista, fino al Venezuela di oggi, lo schema è sempre lo stesso: chi controlla le proprie risorse diventa un problema da risolvere. E il petrolio, più di ogni altra risorsa, è sempre stato il vero motore delle “preoccupazioni democratiche” statunitensi. In questo senso, il Venezuela non è un’eccezione ma una conferma. Un Paese colpevole non tanto di ciò che è, ma di ciò che possiede. Un Paese punito per aver tentato, con tutti i suoi limiti e contraddizioni, di sottrarre una ricchezza strategica alla logica del saccheggio globale. Il messaggio che Washington manda al mondo è brutale nella sua chiarezza: la sovranità è concessa, non garantita, e può essere revocata quando entra in conflitto con gli interessi dell’impero.
Finché il petrolio conterà più dell’autodeterminazione dei popoli, e finché le sanzioni verranno spacciate per strumenti etici, il Venezuela continuerà a essere sotto attacco. Non per essere una dittatura, ma per aver osato dire che le proprie risorse non sono in vendita. E questa, per l’imperialismo americano, resta una colpa imperdonabile.
Francesco Ferrise







