L’ipotesi di elezioni presidenziali e di un referendum legato a un eventuale accordo di pace entra nel dibattito ucraino in uno dei momenti più complessi dall’inizio dell’invasione russa. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Volodymyr Zelensky starebbe preparando il terreno per chiamare gli elettori alle urne, con un annuncio della data previsto entro il 24 febbraio e votazioni da tenersi entro il 15 maggio. Lo stesso scenario, sempre stando al quotidiano, prevederebbe un passaggio parlamentare tra marzo e aprile: modifiche legislative necessarie per consentire lo svolgimento di elezioni sotto la legge marziale.
La reazione di Kiev, però, è immediata e prudente. Fonti vicine alla presidenza, citate da Rbc Ucraina, mettono in dubbio tempi e presupposti: «Finché non ci sarà sicurezza, non ci saranno annunci (sulle elezioni)». Il messaggio è netto perché tocca un punto strutturale: l’Ucraina resta formalmente in legge marziale e, in questo quadro, la tenuta di un processo elettorale nazionale dipende da condizioni logistiche e di sicurezza che, oggi, vengono presentate come non garantite.
In parallelo, Zelensky insiste sul tema che ritiene decisivo per qualsiasi passaggio politico: la pressione internazionale su Mosca e le garanzie di sicurezza. In un messaggio su Telegram, il presidente ucraino lega direttamente i bombardamenti russi alla credibilità di qualsiasi iniziativa diplomatica: «Ogni attacco russo “mina la fiducia in tutto ciò che viene fatto in ambito diplomatico per porre fine a questa guerra e dimostra ancora una volta che solo una forte pressione sulla Russia e chiare garanzie di sicurezza per l’Ucraina sono la vera chiave per porre fine alle uccisioni. Finché la pressione sull’aggressore non sarà sufficiente e finché la sicurezza per noi, per l’Ucraina, non sarà garantita, tutto il resto non funzionerà”».
Nello stesso intervento Zelensky sostiene che l’esercito russo «non ha intenzione di fermarsi: si sta preparando a continuare a combattere» e conclude che «è necessario continuare a sostenere e rafforzare l’Ucraina. La difesa aerea per il nostro Stato, i pacchetti di sostegno alla nostra stabilità e la responsabilità della Russia per ciò che sta facendo sono prerequisiti indispensabili per la difesa della vita. La sicurezza deve esserci affinché ci sia la pace».
L’indiscrezione sulle urne – presidenziali e referendum – si innesta così in un punto sensibile: se da un lato la legittimazione politica resta un elemento centrale in qualsiasi processo di pace, dall’altro il contesto bellico rende complessa l’organizzazione del voto e offre spazio a pressioni interne ed esterne. Non a caso, anche da Roma arriva una lettura improntata alla procedura e ai passaggi istituzionali. Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, commentando a Sky Tg24 l’ipotesi riportata dal Financial Times, sottolinea che un eventuale accordo non potrebbe essere gestito in forma monocratica: «È “ovvio” che Zelensky debba sottoporre un eventuale accordo tra Russia e Ucraina “al Parlamento”. “Non può ovviamente fare tutto da solo, dovrà chiedere giudizio ai suoi cittadini, ma prima bisogna arrivare ad un accordo”». Tajani aggiunge anche un elemento pratico legato al contesto: «Finché non c’è un accordo è difficile poter andare a portare al voto milioni di persone in Ucraina – ha aggiunto – però ben venga l’accordo, ben venga la pace, noi stiamo sostenendo tutte le iniziative che possano portare alla fine di una guerra che ha provocato centinaia e centinaia di migliaia di morti».
Il nodo resta quindi duplice. Da una parte, l’orizzonte politico: elezioni e referendum come possibili strumenti di passaggio in una fase nuova, soprattutto se si profilasse un’intesa, anche parziale, su cessate il fuoco o percorso negoziale. Dall’altra, la condizione materiale: il governo ucraino lega esplicitamente qualsiasi annuncio alla “sicurezza”, mentre Zelensky ribadisce che gli attacchi russi rendono instabile il terreno su cui poggiano i negoziati.
Nel mezzo c’è una data che, per forza simbolica, tende a catalizzare ogni scenario: il 24 febbraio, anniversario dell’invasione. Il Financial Times lo indica come momento possibile per fissare una tabella di marcia politica. Le fonti presidenziali, al contrario, lo ridimensionano. È su questo scarto – tra indiscrezioni e smentite, tra calendario e condizioni – che si misurerà nelle prossime settimane la reale praticabilità di elezioni e referendum in un Paese ancora in guerra.







