Mentre in Italia il dibattito pubblico si concentra su classifiche, polemiche e ascolti televisivi, dall’altra parte del mondo l’attenzione è puntata su un’altra scena: quella digitale. In Australia, l’Intelligenza Artificiale non è soltanto una promessa tecnologica, ma anche una fonte crescente di preoccupazione sociale.
Una nuova ricerca dell’Australian Institute of Criminology fotografa un Paese diviso tra utilizzo massiccio delle piattaforme basate su IA e timore concreto dei loro possibili abusi. I numeri sono significativi: più della metà degli australiani adulti si dice preoccupata per il potenziale dell’Intelligenza Artificiale di causare danni o facilitare attività criminali. Non si tratta di un’ansia astratta. Circa la metà degli intervistati afferma di essere già stata vittima di un crimine reso possibile dalla tecnologia.
Il rapporto si basa sulle risposte di oltre 16.000 persone raccolte nell’Australian Cybercrime Survey 2024, affiancata da un questionario specifico dedicato proprio all’impatto dell’IA. Ne emerge il quadro nazionale più dettagliato finora disponibile sulle paure legate al cattivo uso degli strumenti intelligenti.
Le preoccupazioni principali riguardano le piattaforme capaci di rintracciare la posizione degli utenti, accedere ai dispositivi e agli account personali, oppure impersonare un individuo per compiere frodi o sottrarre dati sensibili. Il timore di essere tracciati, copiati o ingannati digitalmente non è più un’ipotesi remota, ma un rischio percepito come quotidiano.
Il paradosso è evidente: quasi tre australiani su quattro dichiarano di aver utilizzato almeno un’app basata su Intelligenza Artificiale negli ultimi dodici mesi. La maggioranza degli adulti afferma di averne usate almeno tre nello stesso periodo. L’IA è entrata nella routine, nei motori di ricerca, nelle app di assistenza virtuale, nei sistemi di traduzione, nella gestione delle immagini e dei contenuti. È uno strumento diffuso e familiare, ma allo stesso tempo avvertito come potenzialmente pericoloso.
Il dato più delicato riguarda proprio la dimensione criminale. Se quasi metà della popolazione adulta sostiene di aver subito un reato legato alla tecnologia, significa che il confine tra innovazione e vulnerabilità è sempre più sottile. Truffe digitali, furti d’identità, accessi non autorizzati a dispositivi e account rappresentano scenari concreti, non più casi isolati.
Il sondaggio mette in luce anche un elemento culturale: la consapevolezza cresce più velocemente delle tutele percepite. L’uso delle app di IA aumenta, ma cresce parallelamente la richiesta di protezioni più solide, regole chiare e strumenti di difesa efficaci contro l’abuso tecnologico.
L’Australia, in questo senso, offre un’anticipazione di un dibattito destinato a diventare globale. L’Intelligenza Artificiale non è più soltanto una questione di produttività o di competitività economica. È un tema che tocca la sicurezza personale, la privacy, la fiducia nelle infrastrutture digitali.
Se tre cittadini su quattro utilizzano applicazioni intelligenti e oltre la metà teme le conseguenze del loro uso distorto, il messaggio è evidente: l’innovazione corre, ma l’ansia la insegue. E il futuro, almeno in Australia, non è un orizzonte neutro. È un terreno da presidiare.







