Per molto tempo, Internet è stato raccontato come una promessa utopica. La narrazione era semplice: chiunque, ovunque, avrebbe potuto accedere alle stesse informazioni e alle stesse possibilità. Non contava il punto di partenza, ma il valore delle idee. Per una generazione cresciuta tra forum e blog, quella non era un’astrazione: era la realtà di spazi caotici, imperfetti, ma profondamente democratici.
Oggi quella promessa appare sbiadita. Siamo passati rapidamente dall’Internet-strumento all’Internet-infrastruttura. La rete non è più un luogo dove “andiamo”, ma l’ambiente in cui “siamo”. E quando un ecosistema diventa centrale per il lavoro, l’informazione e la
partecipazione pubblica, smette di essere neutro: le sue regole iniziano a pesare quanto i suoi benefici.
La dittatura dell’attenzione e l’era della visibilità censitaria
Il cambiamento più brutale riguarda i social network. Nate come piazze digitali, queste piattaforme si sono evolute in sofisticati sistemi di gestione della scarsità. Il paradosso è servito: pubblicare è gratis, essere visti è un lusso. È il fenomeno del crollo della reach organica, ovvero il numero di persone raggiunte dai contenuti sui social media senza usare pubblicità a pagamento: se dieci anni fa un post raggiungeva naturalmente una fetta consistente del proprio pubblico, oggi quella percentuale è precipitata spesso sotto il 2%.
In un mercato saturo, l’attenzione è la risorsa più preziosa e, come tale, è stata messa a pagamento. Sponsorizzazioni e abbonamenti non sono dettagli tecnici, ma il cuore di una trasformazione che ha reso la visibilità un bene censitario. È quello che l’attivista Cory Doctorow ha definito “enshittification”: quel ciclo degenerativo in cui le piattaforme, dopo aver attirato utenti e aziende, iniziano a degradare la qualità del servizio per massimizzare i profitti degli azionisti. In questa fase, l’algoritmo non è più un arbitro, ma un contabile che
decide chi “esiste” in base a logiche puramente estrattive (chi paga di più!).
L’algocrazia: tra rumore IA e fragilità cognitiva
In questo scenario, la distinzione tra informazione e intrattenimento sfuma pericolosamente. Le fake news e i contenuti polarizzanti non vincono perché siamo diventati più ingenui, ma perché sono progettati per essere efficaci dentro questa architettura. L’intelligenza artificiale ha accelerato il processo, ma non solo creando falsi plausibili: l’IA sta automatizzando la produzione di rumore, saturando i canali di comunicazione con un volume di contenuti tale da rendere il segnale dell’informazione autentica quasi impossibile da rintracciare.
Il problema non è la mancanza di intelligenza degli utenti, ma la loro cronica mancanza di tempo. Siamo immersi in un sistema costruito per essere reattivo, non riflessivo. Il digitale premia ciò che provoca una reazione immediata, penalizzando ciò che richiede contesto. L’opinione pubblica diventa così più fragile, non per incapacità critica, ma per sovraccarico.
Stati digitali privati e il rischio dei “deserti informativi”
Le grandi piattaforme agiscono ormai come Stati digitali privati. Non esercitano una censura esplicita, ma un controllo sottile fatto di regole opache e metriche proprietarie. Questo potere centralizzato schiaccia soprattutto le realtà locali. Se il criterio di visibilità è solo l’engagement globale, una notizia fondamentale per una comunità fatica a competere con la viralità di un trend nazionale.
Il rischio reale è la creazione di “deserti informativi”: territori che esistono fisicamente ma diventano invisibili nei flussi digitali. Per un utente calabrese, paradossalmente, un’inchiesta sulla sanità locale o una crisi idrica nel proprio comune rischiano di avere meno peso, nell’economia dell’algoritmo, rispetto all’ultimo video di tendenza su TikTok. Quando il profitto è l’unico criterio di distribuzione, l’interesse pubblico scompare sotto il peso della convenienza commerciale.
Oltre l’utente: verso una cittadinanza consapevole
Recuperare uno spazio democratico richiede una risposta su due fronti. Da un lato, la necessità di una regolamentazione ferrea che riconosca la natura pubblica di queste infrastrutture. Normative come il Digital Services Act (DSA) europeo segnano un primo passo cruciale per imporre trasparenza e responsabilità ai giganti del tech, ma la sfida è anche culturale. Serve una nuova cultura digitale che ci insegni a capire quando siamo utenti e quando, invece, siamo il prodotto. Capire che ciò che vediamo non è mai neutro, ma è il risultato di scelte economiche precise. Il futuro della rete non è un destino già scritto, ma il risultato di scelte politiche e civiche. Governarlo significa decidere se vogliamo restare consumatori passivi di flussi algoritmici o tornare a essere i cittadini di una piazza che, per essere davvero libera, deve smettere di essere in vendita.







