L’intelligenza artificiale rende obsolete le lingue straniere? L’università di Nottingham sospende i corsi e apre un dibattito che riguarda il futuro della formazione

università di Nottingham

L’idea che l’intelligenza artificiale possa rendere superfluo lo studio delle lingue straniere non è più una provocazione teorica. È diventata una decisione amministrativa. All’Università di Nottingham, nel Regno Unito, le iscrizioni ai corsi di laurea in lingue moderne sono state sospese per i nuovi studenti. Nel piano strategico “Future Nottingham” l’ateneo ha messo nero su bianco una scelta che pesa come un macigno simbolico: alcuni corsi non sarebbero più sostenibili, né in termini economici né in termini di prospettive professionali per chi li frequenta. Tra questi figurano francese, spagnolo, tedesco e cinese.

La motivazione ufficiale è pragmatica. Meno iscritti, costi elevati, sbocchi lavorativi sempre più incerti. Ma dietro la formula della “non sostenibilità” si intravede qualcosa di più profondo: il cambiamento radicale della percezione collettiva del valore delle lingue straniere. Un tempo erano una competenza strategica, una chiave di accesso al lavoro, alla mobilità sociale, al mondo. Oggi rischiano di apparire come un sapere nobile ma accessorio, facilmente sostituibile da un algoritmo.

Per molti osservatori il caso Nottingham è un campanello d’allarme. Non tanto perché un’università chiude dei corsi – fenomeno tutt’altro che raro – ma perché lo fa esplicitamente legando la decisione al futuro occupazionale degli studenti. Il messaggio implicito è chiaro: conoscere una lingua non garantisce più un vantaggio competitivo. O, quantomeno, non lo garantisce quanto un tempo.
La diffusione capillare dei sistemi di traduzione automatica ha cambiato il rapporto quotidiano con le lingue. Ognuno di noi, aprendo un browser, leggendo un articolo o scorrendo un social network, sperimenta una forma di traduzione invisibile. I testi ci arrivano già “comprensibili”, senza attrito. Non vediamo più l’originale, o lo ignoriamo. L’ostacolo linguistico viene aggirato prima ancora di essere percepito come tale.

Questo meccanismo ha un effetto psicologico potente. Ci fa dimenticare di non sapere. O, più precisamente, ci fa dimenticare che un tempo il non sapere era vissuto come una mancanza grave. Essere incapaci di comprendere una lingua straniera significava dipendere dagli altri, sentirsi esclusi, limitati. Per decenni lo studio delle lingue è stato il riscatto da quella condizione, un percorso lungo e faticoso ma necessario.
Oggi la percezione è quasi rovesciata. Viviamo in una sorta di Babele invertita, in cui tutti parlano con tutti senza sforzo apparente. Non perché abbiamo imparato di più, ma perché ci siamo affidati a sistemi che traducono per noi. Algoritmi che promettono fluidità, immediatezza, assenza di attriti. E più li usiamo, più migliorano. Un succedaneo dell’ignoranza che funziona, e proprio per questo viene accettato senza resistenze.

In questo scenario, non sapere le lingue non è più un problema evidente. Anzi, diventa una condizione neutra. Se tutto è tradotto, se tutto è accessibile, perché investire anni di studio in una competenza che sembra già “inclusa” nella tecnologia? È una domanda che, silenziosamente, molti studenti si pongono prima ancora di scegliere l’università. Naturalmente non manca chi obietta che lo studio di una lingua non è solo uno strumento utilitaristico. Conoscere una lingua significa entrare in contatto con la storia, la letteratura, la poesia, le sfumature di un pensiero collettivo. Il linguaggio è il deposito più profondo di una cultura, il modo in cui un popolo pensa, sente, interpreta il mondo. Tradurre non equivale a comprendere. E comprendere non equivale a condividere.

Sapere le lingue permette di cogliere quella particolare disposizione d’animo, quella Stimmung, che spesso sfugge nelle traduzioni automatiche. È ciò che consente di rivedere giudizi, di smontare pregiudizi, di interpretare eventi storici anche tragici da una prospettiva meno semplificata. Ma questa argomentazione, per quanto solida sul piano culturale, fatica a imporsi in un sistema formativo sempre più orientato all’immediata spendibilità.

Il punto critico è proprio qui. L’università, sempre più spesso, viene chiamata a giustificare la propria esistenza in termini di ritorno economico e occupazionale. In questo contesto, le lingue diventano vulnerabili. Non producono competenze tecniche misurabili, non garantiscono carriere lineari, non si traducono facilmente in indicatori di performance. E così finiscono per essere sacrificate.
Finché i server che alimentano i sistemi di traduzione automatica continueranno a funzionare, finché l’energia basterà a raffreddarli e a sostenere l’enorme mole di dati necessaria per renderci tutti “poliglotti virtuali”, lo studio delle lingue rischia di arretrare ulteriormente. Non per un complotto culturale, ma per una semplice dinamica di mercato: ciò che sembra inutile viene abbandonato.

Il caso Nottingham non dice che le lingue sono morte. Dice che stanno cambiando statuto. Da necessità a scelta. Da competenza strategica a patrimonio culturale. E come tutti i patrimoni culturali, rischiano di sopravvivere solo tra chi può permettersi il lusso di coltivarli. Non è ancora la fine del multilinguismo. Ma è forse l’inizio di una sua marginalizzazione silenziosa, resa possibile – e legittimata – dall’efficienza dell’intelligenza artificiale.